LA STORIA

 

1. La mobilità nella Roma dell'ottocento: le carrozze omnibus

Il  trasporto urbano, a differenza del servizio di nettezza pubblica, a Roma non ha per tutto l’Ottocento la connotazione di un servizio cui debba provvedere, con un preciso onere finanziario, l’autorità pubblica. Servizi di trasporto “collettivo” nella capitale papalina si attivano intorno alla metà del secolo per iniziativa privata, con carrozze simili alle diligenze postali, trainate da uno o due cavalli, chiamate con termine latino omnibus (“per tutti”).
La prima linea di omnibus fu attivata (sembra già nel giugno 1845) sul percorso piazza Venezia - S. Paolo fuori le mura. Il 7 luglio 1856, inaugurata la ferrovia Roma – Frascati (la prima strada ferrata dello Stato Pontificio) (doc. 1)  sarebbero iniziate le corse di un’altra linea di omnibus, sempre da piazza Venezia alla nuova stazione ferroviaria, provvisoriamente attestata a Porta Maggiore (doc. 2).
Il “Regolamento sulle Vetture ed altri mezzi di trasporto” emanato dal direttore generale della polizia pontificia, monsignor Antonio Matteucci, il  30 luglio 1857 equiparava gli omnibus alle vetture da piazza , stabilendo che “Chiunque voglia tenere ed esercitare in Roma negozio di vetture da rimessa, da piazza, o da viaggio per la Comarca, o altri paesi dello Stato, riportata che ne abbia la patente dall’Eccell.mo Municipio di Roma, dovrà pure domandarne ed ottenerne la licenza dalla Direzione Generale di Polizia”. A questa si doveva presentare insieme alla patente comunale una domanda ove erano indicate le generalità, il numero delle vetture possedute, il loro tipo e il numero dei cavalli, l’ubicazione della rimessa ed altri dati che erano trascritti in un registro presso la Direzione di Polizia. Concessa la licenza, questa era trasmessa alla Presidenza della Regione o Rione in cui l’esercente aveva dichiarato di tenere il proprio “negozio” con la rimessa. Era infatti l’incaricato di pubblica sicurezza che presiedeva a ciascuna delle 14 circoscrizioni in cui era divisa la città a rilasciare la “licenza di vettureggiare”. Il regolamento oltre a stabilire i requisiti delle vetture e le norme sul loro esercizio, indicava i luoghi e le piazze ove i diversi tipi di veicoli potevano stazionare: “Gli omnibus – vi si stabilisce – devono situarsi in fila nella via del Gesù in direzione alla via di S. Venanzio, e nella piazza di Monte Citorio a sinistra della guglia. Quelli poi che appartengono all’Amministrazione della Strada ferrata si situeranno in fila prossimamente all’officio di Agenzia” [1] . E dettava anche precise norme  sulla loro conduzione: un piccolo “codice della strada”  che indicava anche le sanzioni civili e penali in cui incorrevano i contravventori. Norme generali sulle “Discipline relative alle strade e piazze, e alla sicurezza e comodità del transito”, cioè disposizioni che regolavano il transito dei veicoli nell’area urbana troviamo anche nel “Regolamento edilizio e di pubblico ornato”  emanato  dal Comune il  30 aprile 1864 (Titolo IV): a che queste norme di “polizia urbana” fossero rispettate concorrevano l’autorità municipale e quella di pubblica sicurezza: i “Presidenti  Regionari” coadiuvati dalla gendarmeria pontificia.
Il primo servizio di  collegamento di luoghi interni all’abitato con omnibus, regolamentato con partenze regolari ad  orario prestabilito fu inaugurato  il 20 febbraio 1866, sul tragitto piazza del Popolo – S. Pietro. Le carrozze erano dipinte di giallo e nero, con accesso posteriore attraverso una porta munita di scaletta con due sedili affrontati, disposti longitudinalmente per tutta la cabina. Esse dovevano recare un cartello con l’indicazione del luogo di destinazione della corsa, del prezzo del biglietto e del numero dei posti disponibili.
Dopo il 1870 (doc. 3), quando Roma è annessa allo stato unitario, le prime norme organiche in tema di trasporto pubblico nella capitale italiana – già in via di rapido sviluppo urbanistico - sono emanate dall’amministrazione municipale nel 1874. Si tratta del “Regolamento per le vetture pubbliche e per le vetture – omnibus nella città di Roma deliberato dal Consiglio Comunale, approvato dalla Deputazione Provinciale e dal Ministero dell’Interno” e pubblicato dal sindaco Pianciani il 5 febbraio 1874. In esso si stabiliscono le regole per la concessione delle licenze tanto alle “vetture di piazza” (le botticelle, equivalenti ai moderni taxi) quanto degli omnibus, requisiti e codice di comportamento dei conduttori, caratteristiche standard delle vetture. Vi si definiscono inoltre le competenze del nuovo corpo di polizia municipale – quelli che noi oggi chiamiamo “vigili urbani”,  allora chiamati  “guardie di città” - in ordine alle “contravvenzioni”. Le vetture omnibus: “Avranno internamente la capacità massima per dodici persone, disposte a sei per ambo i lati (…) saranno distinte fra loro con un numero d’ordine, il quale, per cura del Comune ed a spese del concessionario, sarà dipinto all’esterno in modo assai visibile, né potrà essere nascosto, cancellato, o variato arbitrariamente dal concessionario (…) dovranno inoltre essere fornite di due grandi fanali, uno dei quali dovrà essere collocato nella parte anteriore della vettura, ed in modo che questa ne sia all’interno ben illuminata”. La “licenza di vettureggiare” ai proprietari era rilasciata dalla Giunta Municipale e comportava il pagamento della tassa di posteggio.  “Il richiedente deve essere iscritto nel registro della Questura secondo l’art. 57 della legge 20 marzo 1865 sulla pubblica sicurezza, esibirne di poi al Sindaco il certificato, unitamente a quelli da cui risulti aver superato gli anni 18, essere di costituzione robusta, di nota sobrietà e fornito di una piena cognizione dei luoghi e delle strade, nonché dell’arte di condurre i cavalli. Ove si verifichino le condizioni sudette, il Sindaco farà dall’Ufficio di Polizia Urbana rilasciare al richiedente la licenza di vettureggiare. Sulla medesima, oltre il numero ed i connotati del conduttore, si registreranno il nome del concessionario della vettura ed il numero di quelle che gli appartengono”.  Del personale dell’omnibus, oltre il conducente, faceva parte anche un inserviente, che secondo il regolamento doveva “sedere posteriormente ed al posto prefissogli all’infuori della vettura (…) munito di un fischietto per dare al conduttore il segnale della partenza, e di una tromba o corno da caccia per avvertire i passeggeri, che attendono alla stazione, dell’arrivo e della partenza dell’omnibus”. L’amministrazione comunale stabiliva per gli omnibus anche i percorsi che dovevano seguire e le tariffe passeggeri.  Il regolamento fissava inoltre il numero massimo di vetture  adibite su ciascuna linea di servizio interno: “Linea del Corso N.° 6, del Governo Vecchio N.°  9, di S. Giovanni N°. 5, di Ponte Sisto N°. 6, della ferrovia N.° 5, di S. Maria Maggiore N.° 6, di Ripetta N.° 4, di Tordinona N.° 4, del Macao n°. 6, del Babuino N.° 4, della Lungara N.° 4”. In tutto dunque nel 1874 erano ufficialmente localizzati 11 capolinea di omnibus e le vetture in circolazione potevano essere al massimo 59 [2].

 

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2. Dal cavallo alla trazione elettrica:
la Società Romana Tramways e Omnibus


Dopo il 1870 dunque - sebbene il rapido sviluppo edilizio e demografico di Roma capitale ponessero subito all’ordine del giorno l’esigenza di servizi di trasporto urbano più estesi ed efficienti, a tariffe controllate - il settore rimase per alcuni anni regolato unicamente dalla concorrenza fra le piccole imprese private concessionarie  e dalle loro convenienze. Ciò fino al 1876 quando il Comune riuscì ad impostare un’azione di disciplina, con la prima “convenzione” stipulata con la  “Società Romana degli Omnibus” di F. Marini, cui nel 1885 ne seguì una seconda. Col contratto di durata quindicennale,  approvato dal Consiglio Comunale il 14 luglio 1885 (e stipulato il 20 agosto successivo) alla Società Romana degli Omnibus era imposta una diminuzione delle tariffe, la modifica di alcuni percorsi e  l’attivazione di nuove linee.
Intanto anche a Roma si sperimentava l’innovazione tecnologica. Il nuovo nell’Italia di fine Ottocento, ancora industrialmente arretrata, proveniva soprattutto - insieme ai capitali finanziari e all’iniziativa imprenditoriale - dai più industrializzati paesi del nord Europa. E le “meraviglie” del progresso avevano nomi stranieri, che entravano subito nell’uso comune: con termine inglese si  chiamò la prima delle innovazione nel campo dei trasporti: il tramway a cavallo. Il termine  – la parola way (via) è preceduto dal termine tram che in origine indicava i carrelli scorrenti su rotaie, utilizzati nelle miniere inglesi – era usato per una vettura (molto simile al futuro tram elettrico) a trazione animale, il cui movimento era facilitato dallo scorrimento su rotaie di ferro (doc. 4). La prima linea di questo tipo fu attivata, per concessione governativa, il 2 agosto  1877 sul percorso suburbano piazza del Popolo – Ponte Milvio. La gestiva la “Societé Anonime des Tramways et Chemins de Fer Economiques” che aveva sede a Bruxelles, dai romani chiamata semplicemente “la Belga”, che il 1 luglio 1879 iniziò anche l’esercizio della “tramvia a vapore” Roma – Tivoli.  Le prime concessioni per l’esercizio di tramways a cavallo lungo tratte urbane furono rilasciate all’impresa di G.B. Marotti per il percorso piazza Montanara – S. Paolo e alla società di F. Marini per i percorsi piazza Venezia - via Nazionale – Stazione Termini e Stazione Termini – S. Giovanni: le tre nuove linee entrarono in funzione nel 1880 (doc. 5).
Negli anni a seguire la diffusione del nuovo mezzo di trasporto collettivo coincise con lo  sviluppo della “Società Romana degli Omnibus” di F. Marini. Questa nel 1885 acquisì  tanto la linea suburbana lungo la Flaminia che quella urbana per S. Paolo, costituendosi dal 1 gennaio 1886 in “Società Romana Tramways e Omnibus”. Si venne così delineando quel regime di monopolio che caratterizzò la storia del trasporto urbano nella capitale per i successivi venti anni. Nel 1888 infatti la S.R.T.O. ebbe una nuova concessione di linee omnibus, riscattando successivamente le nuove  linee che  nel 1889 lo stesso Comune aveva accordato, per limitare il monopolio che si profilava, ad una diversa ditta, la “Società Italiana di Omnibus Tramways e Trasporti”.
Nel 1894 la  “Romana” - che allora gestiva  11 linee di omnibus e 9 di tramways a cavallo -   iniziava  a sperimentare il nuovo tramway elettrico sulla linea Porta Pinciana – Museo Borghese (doc. 6). Nonostante le diseconomicità  e le difficoltà insite nel sistema di trazione e nella gestione (con tutte le attrezzature di stalle, magazzini di vettovaglie per cavalli) che i sistemi di trasporto descritti comportavano, a Roma bisogna attendere la fine del secolo per l’introduzione della più avanzata tecnologia del trasporto a motore elettrico, già in uso da anni nelle maggiori città europee. Ciò avviene per cause “ambientali” (carenza di forza motrice, in assenza di adeguate strutture di produzione di energia elettrica) e “tecniche”: accesa era la controversia fra i tecnici circa il sistema di alimentazione che poteva essere ad  accumulatori, a conduttore sotterraneo o ad accumulatore aereo. Anche il sistema di percorrenze, con i vincoli orografici e le caratteristiche “pedonali” del tessuto viario della città storica, avrebbe posto notevoli problemi allo sviluppo dei tracciati della rete elettrificata, in mancanza di un piano definito di allargamento delle sedi stradali e di identificazione di nuovi percorsi di penetrazione, con l’apertura di grandi arterie di collegamento. Perché questo piano si delineasse bisognerà appunto attendere lo scorcio del secolo, quando con gli “sventramenti” che avrebbero fatto sparire tanti vicoli e piazzette della città medievale, rinascimentale e barocca, sarà data attuazione al  piano regolatore del 1883.
Anche a Roma si iniziò con linee  sperimentali, come quella dell’ingegner Cattori, a conduttore sotterraneo lungo la via Flaminia fuori porta del Popolo, inaugurata da re Umberto il 6 luglio 1890. Per la definitiva introduzione del tram elettrico urbano  nella capitale bisogna attendere però il 19 settembre 1895 quando – aumentata la produzione di energia elettrica per la città con lo sfruttamento del salto di Tivoli - fu attivata dalla S.R.T.O. la linea Termini – S. Silvestro ad alimentazione con cavo aereo (doc. 7). La polemica per l’ingombro del materiale elettrico – parte dell’opinione pubblica lamentava la bruttezza  deturpante della rete di fili che si frapponevano fra l’occhio del cittadino e il cielo sopra la città -  impose poi la trasformazione del sistema in misto: ad accumulatori e ad alimentazione aerea, stabilendosi che tale rimanesse per le linee delle zone centrali.
Negli anni successivi l’estensione e l’elettrificazione della rete dei tramways ebbe a protagonista la S.R.T.O (doc. 8). La “Romana” nel 1908 esercitava ancora 6 linee di omnibus (doc. 10): due di esse furono mantenute anche dopo la guerra, rispettivamente fino al 1920 e al  1921. Ma, cessate le corse dell’ultimo tram a cavalli nel 1904, era soprattutto con le 16 linee di tramways a trazione elettrica allora gestite dalla società privata, che questa monopolizzava l’erogazione di un servizio pubblico primario,  in una città con una popolazione che ormai raggiungeva il mezzo milione di abitanti. L’inadeguatezza della rete elettrificata, la vetustà  del materiale rotabile e la scarsità delle vetture in esercizio, a fronte delle alte tariffe che la società poteva imporre in assenza di concorrenza, erano carenze tutte molto lamentate dalla cittadinanza, soprattutto dalle classi lavoratrici, con ampia eco sulla stampa locale. Così l’amministrazione comunale fu indotta a considerare la possibilità di municipalizzare il trasporto pubblico. A spingere in questa direzione concorrevano non solo considerazioni di carattere sociale, ma anche argomentazioni tecniche analoghe a quelle che nel 1905 avevano condotto al completamento della  nazionalizzazione delle ferrovie. Anche i tram viaggiavano su lunghi percorsi di rotaie: la messa in opera di materiale rotabile di standards diversi, lavorati da gruppi di operai diversi, cui si aggiungevano gli addetti comunali alla sistemazione del selciato contrastavano con la funzionalità tecnica dell’esercizio. L’estensione della mano pubblica sulla gestione dei “servizi tecnologici” si poneva ormai all’ordine del giorno in tutti i maggiori agglomerati urbani del Regno. Lo stesso governo Giolitti nel 1903 emanando la legge n. 103 del 29 marzo per la municipalizzazione dei servizi di pubblica utilità, aveva indicato ai comuni la strada da percorrere. Nel novembre 1907 vinse le elezioni al Comune la coalizione progressista capeggiata da Ernesto Nathan, con un programma elettorale che fra i punti qualificanti poneva la creazione delle aziende municipali dell’elettricità e dei trasporti. Fu dunque la giunta Nathan, con il sostegno delle forze politiche del “blocco popolare”, a dare attuazione al progetto.

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3. Nasce l'azienda dei trasporti municipale


Il 13 maggio 1908 la giunta Nathan, avvalendosi delle facoltà attribuite alle amministrazioni comunali dalla legge del 1903 sulle municipalizzazioni, presentava al Consiglio Comunale una proposta per la “Costruzione ed esercizio di nuove linee tramviarie da parte del Comune”. Il progetto era accompagnato da un’approfondita analisi della storia dei trasporti a Roma che individuava nel regime pressoché di monopolio guadagnatosi dalla “Società Romana Tramways Omnibus”  la causa  principale  delle carenze del servizio, a fronte delle alte tariffe praticate.
Compendiandosi in un accurato piano tecnico e finanziario, il “Progetto per la rete tramviaria municipale” messo a punto dall’assessore al “Tecnologico” Giovanni Montemartini, fu discusso ed approvato quasi all’unanimità dal Consiglio Comunale nella seduta del 20 maggio (doc. 9) e tre anni dopo,  inaugurata il pomeriggio del 21 marzo 1911 la prima delle due linee previste – il collegamento della centrale piazza Colonna con il quartiere operaio di S. Croce  – l’azienda dei trasporti municipali di Roma era una realtà operante. Completata anche la seconda linea prevista (la circolare per il collegamento di piazza Colonna con il quartiere d’espansione di viale della Regina ed il nuovo Policlinico) la sfida era quella di realizzare una gestione economica dell’impresa dei trasporti municipale, per procede gradatamente, dopo una fase di conduzione mista, con lo scadere delle concessioni della S.R.T.O., al riscatto di tutta la rete tramviaria esistente. Allo scopo avrebbe concorso anche l’altra municipalizzazione inserita nel programma con cui la giunta bloccarda aveva vinto le elezioni. Approvato infatti nella seduta del 22 maggio 1908 il progetto per l’impianto dell’”Azienda Elettrica Municipale” e realizzata la centrale termo-elettrica sulla via Ostiense (che entrò in esercizio il 1 luglio 1912) il Comune si sarebbe assicurato anche la produzione della forza motrice, sottraendo all’altro gruppo privato che gestiva in regime monopolistico settori strategici dei servizi di pubblico interesse a Roma – la “Società Anglo Romana per l’Illuminazione” – il monopolio della produzione e distribuzione dell’energia elettrica.
Il complesso dei progetti messi in cantiere dall’amministrazione comunale avrebbe dunque inciso sulla vita di tutti i romani. Con la progressiva assunzione dell’esercizio diretto dei servizi di trasporto ed il miglioramento della qualità e rapidità della mobilità cittadina, si sarebbe data risposta alle istanze per la  modernizzazione e per imprimere nuovo dinamismo economico alla capitale umbertina come desiderato dai ceti medi impiegatizi, dalla borghesia dei commerci e delle professioni. Ma l’iniziativa della giunta Nathan, che  oltre alla compagine della democrazia radicale, comprendeva – a rappresentare gli interessi della “classe operaia” - anche esponenti del socialismo riformista e rappresentanti della “Camera del Lavoro”, voleva farsi interprete anche della domanda sociale che saliva dalle classi lavoratrici. Di queste si guadagnava il consenso affrontando in primo luogo il problema del contenimento del carovita: il biglietto del tram fu fissato a 10 centesimi - un prezzo più economico di quello imposto dalla S.R.T.O. - prevedendosi anche  una tariffa popolare a 5 centesimi, per i lavoratori, nella fascia oraria del primo mattino (dall’inizio delle corse alle 5,30 fino alle 8). Inoltre si ponevano le basi per avviare a soluzione altri importanti nodi problematici dello sviluppo sociale della città, in particolare la “questione degli alloggi”. Alla carenza delle abitazioni e al caro-alloggi, spesso in condizioni di precarietà igienica e sanitaria, della città storica, una mirata politica dei collegamenti, a condizioni economiche, con le nuove periferie, avrebbe incentivato la ripresa dell’edilizia. La costruzione dei nuovi quartieri d’espansione, con l’iniziativa delle cooperative edilizie, avrebbe permesso ai ceti meno abbienti di  conquistare nuovi spazi di vita sociale, sperimentando dimensioni abitative salubri e decorose.
La nascita delle municipalizzate, segnò però anche sotto un altro aspetto il progresso delle classi lavoratrici romane. Queste per la natura stessa del tessuto economico cittadino, privo di avanzate strutture produttive industriali, fin dall’avvento dello stato unitario - uno stato dai poteri fortemente accentrati, in una capitale politica in rapida espansione edilizia e di apparato – si caratterizzavano per profili specifici. Se  una massa irrequieta di manovali,  anche in ragione dei periodici flussi migratori dalle campagne più povere, si addensava a Roma nel precario settore dei lavori  edilizi, i ceti operai più consapevoli ed emergenti erano rappresentati dalle categorie professionali legate allo sviluppo dei servizi e delle commesse pubbliche della città amministrativa e terziaria (tipografi, vetturini, ferrovieri, tramvieri, operai tornitori e  meccanici…). Le  “imprese industriali” delle aziende municipalizzate rappresentarono dunque un alveo “istituzionale” nel quale una vasta compagine di tecnici, maestranze qualificate ed operai di varia specializzazione – chiamati a riempirne gli organici e ad erogarne i servizi - poté plasmare la propria identità di classe produttiva, acquistare consistenza e dignità contrattuale: divenire categoria professionale estesa e forte.

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4. I tramvieri: lavoro, emancipazione sociale, vita quotidiana

Rileggiamo ora le cronache di questi anni soprattutto dal punto di vista del soggetto collettivo che è il principale protagonista della nostra “storia”: i tramvieri, soffermandoci sui fatti ed i dati che più ci aiutino a cogliere il profilo sociale, la cultura del lavoro, il sistema di valori ideali condivisi che hanno caratterizzato l’essere e la storia di una delle più consistenti categorie professionali a Roma, fra  quante abbiano maggiormente contribuito nel corso del Novecento a dare forma e spessore all’identità collettiva delle classi lavoratrici della capitale.
Quale fosse la forma organizzativa del primo impianto dell’A.T.M. – localizzato a S. Croce il deposito dei tram con annessa officina di riparazione e magazzino ed in via Volturno una sottostazione elettrica - lo rileviamo dal regolamento approntato nel 1910 (doc. 12).  A capo dell’azienda si collocava il Presidente e la  Commissione Amministratrice designata dal Consiglio Comunale; il direttore tecnico – un ingegnere scelto in base a concorso per titoli – ne dirigeva tanto il settore amministrativo (finanziario  - contabile) che quello tecnico. I servizi tecnici erano divisi in 5 reparti: movimento, deposito, magazzino, officina riparazioni, manutenzione e trazione: ai primi tre erano addetti il capo-movimento (coadiuvato dagli ispettori), il capo-deposito, il magazziniere; agli altri due i due ingegneri che coadiuvavano il direttore. Il personale salariato oltre che da  6 capi squadra e 6 ispettori era costituito dai fattorini, conducenti, operai (di 1a, 2a, 3a “classe”) cui si aggiungevano i cantonieri e gli “avventizi”, utilizzati questi ultimi in caso di malattia del personale in organico o per l’effettuazione di corse oltre l’orario (erano perciò retribuiti solo quando lavoravano). L’officina delle riparazioni diretta da un ingegnere, era retta da un capo-officina alle cui  dipendenze erano poste 4 squadre, composte dai caposquadra, 2 elettricisti, 2 falegnami, 2 meccanici, 2 verniciatori. Agli ordini del capo-movimento vi erano 2 operai per le piccole riparazioni cui le vetture in circolazione potevano essere sottoposte direttamente; inoltre 2 operai avventizi dovevano prestare la loro opera per ogni 5 automotrici messe in circolazione. L’esercizio della sottostazione di trasformazione  era assicurato da 2 squadre composte oltre che dal capo-squadra da un macchinista, un elettricista ed un elettricista specialista per la batteria degli accumulatori, più un numero variabile di manovali avventizi. La manutenzione del binario e della linea aerea era affidata ad una squadra composta da un capo-squadra, 2 elettricisti, 2 meccanici ed ancora da un numero variabile di manovali avventizi. L’Azienda avrebbe tenuto ogni anno un corso per aspiranti conducenti. A criteri di trasparenza amministrativa e tutela sociale si ispiravano le norme che regolavano le assunzioni e il trattamento economico del personale. Per concorso erano reclutati i tecnici disegnatori e gli impiegati  amministrativi e contabili (i titoli di studio richiesti variavano dal diploma di perito industriale, alla licenza liceale o del “Regio Istituto Tecnico”, dal diploma di ragioneria alla licenza ginnasiale o tecnica). Esperienze di lavoro precedenti e una prova d’idoneità si chiedeva ai capi movimento, deposito, officina. I salariati avrebbero dovuto sostenere esami pratici, saper leggere e scrivere e non superare i 35 anni d’età; i conducenti essere muniti di certificato d’idoneità governativo per la conduzione di vetture elettriche e -  come i fattorini -  possedere la licenza elementare.  Il trattamento economico si basava sull’inquadramento in  7 “gradi”: ai primi 3 era ascritto il personale stipendiato mensilmente (ingegneri, tecnici-disegnatori, impiegati, capo deposito, magazziniere, capi officina, capi movimento);  i capisquadra e gli  ispettori (appartenenti al 4° grado) ricevevano la paga quindicinale. Ai gradi dal 5° al 7° appartenevano i salariati: conducenti, fattorini ed operai che erano retribuiti settimanalmente. Il salario non copriva la malattia, ma un meccanismo di compensazione era introdotto con il versamento da parte dell’azienda di un fondo annuale ad una cassa di mutuo soccorso, che avrebbe elargito sussidi ai tramvieri in difficoltà. I salariati erano inoltre integrati nel sistema previdenziale da poco varato dal governo Giolitti  con l’iscrizione alla “Cassa Nazionale di Previdenza per la Vecchiaia e l’Invalidità degli Operai”, cui erano corrisposte dall’azienda 6 quote annuali di 6 lire per ogni iscritto. Altro elemento di rilievo era il sistema di avanzamenti introdotto dal regolamento: le promozioni si svolgevano per merito ed anzianità dalla 1a alla 3a categoria dei conducenti, fattorini e operai; il passaggio da conducenti/fattorini a ispettori e da operai a capisquadra era ad arbitrio dell’azienda (valevano i criteri di fiduciarietà). Il carico di lavoro per  i salariati era di 63 ore a settimana, salvo il diritto al riposo, con  1 giorno di congedo retribuito ogni 15 di lavoro, cui si aggiungevano 10 giorni di congedo retribuiti ogni anno. Si prevedeva  la  distribuzione degli utili di bilancio nella misura del 22% al personale dei salariati ed impiegati “da ripartirsi in ragione dello stipendio o salario percepito”: punto qualificante questo, in base ai principi innovativi in tema di rapporti fra capitale e lavoro, del programma economico-sociale del “blocco popolare”. I capi squadra  e gli ispettori avrebbero percepito 6 lire al giorno. La paga massima di un conducente era fissata a 4 lire, quella di un operaio poteva raggiungere le 4,50 lire, quella di un fattorino 3,70 lire: allora le retribuzioni massime dei conducenti e dei fattorini della S.R.T.O. erano rispettivamente di 3,50 e 3,25 lire giornaliere.
Mettiamo a confronto i dati descritti con quelli del “Memorandum” che il personale della  “Romana” riunito in assemblea il 19 dicembre 1907 presentò al neoeletto consiglio comunale per denunciare l’iniquità delle condizioni di lavoro cui era soggetto, chiedendo l’intervento del Comune per dirimere il conflitto che l’opponeva all’impresa. “Nel 1901, furono necessari sette giorni di sciopero per ottenere un giorno di riposo pagato su ventinove di lavoro… Nel 1904, abbisognarono nove mesi d’intensa agitazione – perché – la Società contribuisse con un minimum annuale di L. 17000 alla formazione di una cassa per la vecchiaia per un personale che ascende a circa duemila individui… Nel 1906, occorsero diciassette giorni di sciopero per ottenere venticinque centesimi di aumento sulla paga giornaliera…” [3] ricordavano i tramvieri della S.R.T.O. Ora – continuavano - si doveva proseguire la lotta contro l’appiattimento verso il basso delle paghe, lo sfruttamento dell’apprendistato nell’officina, per chiedere l’inquadramento degli apprendisti e degli operai avventizi, l’applicazione della legge sul riposo settimanale, l’equa retribuzione del lavoro straordinario, la contribuzione dell’azienda alla cassa mutua e malattia, l’indennità di fine rapporto e criteri certi e trasparenti negli avanzamenti,  da sostituirsi alle pratiche discrezionali dell’azienda.
In questo quadro è facile comprendere dunque quale fatto  dirompente rappresentasse l’affacciarsi dell’azienda pubblica fra i contesti d’impresa della realtà cittadina, in rapporto alla spinta progressiva che questa era in grado di esercitare - col più razionale modello di rapporti fra capitale e lavoro che ne regolava l’organizzazione - nella direzione di un maggior riconoscimento dei diritti dei ceti operai.
Il percorso non sarebbe stato naturalmente facile, né privo di ripercussioni sulla “tenuta politica” dell’amministrazione democratica, in una situazione in cui lo stesso movimento sindacale si presentava diviso all’appello, indebolito da forti contrapposizioni ideologiche: l’ala anarco-sindacalista  nel 1907 era uscita dalla Camera del Lavoro, fondando l’alternativa “Lega Generale del Lavoro”. Ciò mentre alle organizzazioni socialiste cominciavano ad opporsi le associazioni professionali cattoliche (come l’”Unione Tramvieri” che nel 1909 contava 300 iscritti) particolarmente attive negli anni dell’amministrazione Nathan nel promuovere scioperi fra le categorie dei  pubblici servizi, come i netturbini e i tramvieri. E’ in questo clima che sarebbe maturato il duro scontro della primavera del 1910, quando esplose la protesta dei tramvieri della S.R.T.O, prima assecondata dalla società per ottenere condizioni più favorevoli alle concessioni ed ostacolare i progetti di municipalizzazione (doc. 11), poi repentinamente repressa, con la sospensione dal lavoro degli organizzatori dello sciopero. La stabilità della coalizione democratica, fu messa allora a dura prova. La giunta, costretta  su pressione del prefetto a mettere in campo le guardie municipali per assicurare la circolazione dei mezzi, con le accese proteste della componente socialista del Consiglio Comunale, riuscì comunque a tenere il livello dello scontro. Mantenendo di fronte alla S.R.T.O. un atteggiamento fermo, di “neutralità armata” come si espresse Nathan in Consiglio Comunale, contribuì a comporre la vertenza che si risolse con la riammissione dei sospesi e lievi aumenti salariali.
Che allora tenesse soprattutto il quadro di riferimento generale del progetto democratico, ispirato al principio autenticamente liberale, del coinvolgimento di tutte le componenti sociali e produttive a definire il piano di sviluppo della città, lo dimostra la storia, che si snodava nello stesso torno di anni, della “Società anonima cooperativa per la costruzione di case economiche per il personale della Società Romana Tramways Omnibus” fondata l’11 novembre 1908. Il disegno dello spazio urbano - che doveva definire il sistema dei servizi, i luoghi della vita e della produzione nella città - attraverso gli strumenti partecipativi dell’amministrazione democratica, avrebbe suscitato straordinarie energie emancipatrici e attivato risorse profonde  nelle classi lavoratrici, come  forse a Roma non accadrà mai più. Varato nel 1909 il nuovo piano regolatore, questo prevedeva l’urbanizzazione delle aree fuori porta S. Giovanni, con la costruzione del collettore fognario ed il disegno dell’attuale piazza Re di Roma lungo la via Appia, non lontano dai depositi S.R.T.O. e A.T.M. a porta Maggiore e S. Croce. Qui, con il progetto presentato dalla cooperativa  ed approvato dalla Commissione edilizia municipale il 20 giugno 1911, per iniziativa dei lavoratori dei trasporti  sorgerà il “Quartiere dei tramvieri”, che occuperà il vasto isolato fra le vie Monza, La Spezia, Orvieto, Voghera, Foligno, Terni . Un complesso di 13 fabbricati e “735 abitazioni con un totale di 2170 ambienti” per “la numerosa classe dei tramvieri - ormai - impazienti d’oltre attendere a cagione della grave e conosciuta difficoltà a trovare alloggi”, come Felice Giammarioli, presidente della cooperativa scrive il 3 aprile in una lettera indirizzata al sindaco per sollecitare il rilascio della licenza edilizia (doc. 13). Questo vasto comprensorio abitativo, inaugurato nel 1914 dal sindaco Nathan e visitato dal re con le unità alloggiative di standard decoroso, l’edifico dei “bagni”, i locali comuni “di intrattenimento”, gli spazi attrezzati dei cortili, ancora oggi, dà identità sociale al quartiere S. Giovanni.

 

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5. La crisi della grande guerra


Negli anni che precedono la prima guerra mondiale l’impresa dei trasporti municipali ebbe pieno successo; e quelli erano anni di relativo benessere anche per i tramvieri che potevano a ragione definirsi una “aristocrazia operaia”. “Il pubblico accoglieva molto favorevolmente le linee municipali che mettevano a sua disposizione un servizio rapido, fatto con vetture comode, con una frequenza elevata”, sicché i bilanci dell’azienda erano in attivo, nonostante la tariffa fosse “così bassa da segnare un vero rivolgimento nei criteri tariffari allora in vigore”. Nuove linee di tram si realizzavano, a partire dal “servizio speciale temporaneo per l’Esposizione del 1911” a Piazza d’Armi e  Valle Giulia (doc. 14). Si acquistavano nuove vetture che incrementavano la dotazione originaria di 35 motrici e 12 rimorchiate, quindi l’unico deposito (provvisorio) a S. Croce dell’A.T.M. diveniva insufficiente. E nella vasta area acquisita dal Comune in Piazza d’Armi – ove per i festeggiamenti del 1911 erano stati allestiti i padiglioni della “Mostra Regionale e Etnografica”– il piano di sviluppo della municipalizzata presentato dalla giunta il 29 ottobre 1915 prevedeva di localizzare un nuovo grande deposito–officina centrale con annessa sottostazione elettrica (su un’area rispettivamente di 9.500 e 2.500 metriquadrati) (doc. 18). Anzi, poiché “E’ pratica moderna dotare le reti delle grandi città di molte rimesse di vetture, quasi una alla estremità di ogni linea; perché il costo di costruzione è circa lo stesso, e ne consegue notevole risparmio di percorsi…” [4] si  progettava la costruzione di almeno quattro nuovi impianti di deposito con annesse sottostazioni elettriche dislocati in aree eccentriche.
Ma la realizzazione del deposito di Piazza d’Armi avrebbe dovuto attendere il dopoguerra:  il conflitto mondiale, con l’inizio della belligeranza italiana nel maggio 1915, in breve avrebbe fatto sentire il suo effetto negativo sull’intera economia nazionale. Il regolare svolgimento del servizio dei trasporti fu subito messo in difficoltà, a causa dell’aumento dei prezzi dei materiali mentre la chiusura dei mercati esteri rendeva difficile  reperire i ricambi e bloccava le commesse delle vetture. Ma soprattutto il danno maggiore all’A.T.M. e alla S.R.T.O. proveniva dal richiamo in massa alle armi che colpiva, come tutte le classi di lavoratori, anche i tramvieri. Le richieste di esonero indirizzate dai vertici aziendali ai capi militari erano respinte con dura intransigenza dal Ministero della guerra, pur interessando personale “indispensabile”, come gli istruttori addetti alle scuole per conducenti attivate per sostituire con i giovani avventizi e le donne i tramvieri spediti al fronte. L’11 aprile 1917 l’azienda municipale dichiarava di trovarsi “già con circa 90 conducenti in meno di quelli occorrenti alle esigenze del servizio” [5] e il 18 giugno, interessando personalmente il direttore dei trasporti militari gen. Fiastri, il sindaco Prospero Colonna scriveva: “L’Azienda delle Tramvie Municipali di Roma versa in gravissime difficoltà a causa del grande numero di funzionari ed agenti di ruolo richiamati sotto le armi, che  ammonta attualmente a circa 450… si renderà, a breve scadenza, inevitabile la sospensione del servizio tramviario, qualora non si adotti un provvedimento che valga ad assicurare al servizio stesso quel minimo di personale pratico che è assolutamente indispensabile per l’incolumità del pubblico e per la continuità del traffico” (doc. 15).
In queste circostanze difficili, i tramvieri che per tradizione si riconoscevano nello schieramento socialista internazionalista e pacifista, erano compattamente antinterventisti. Espressero dunque il loro “essere contro” la guerra nella lunga vertenza che li oppose all’impiego delle donne nelle mansioni di fattorine e conducenti (doc. 16), un’agitazione culminata nello sciopero del 17 gennaio 1917. All’utilizzo delle donne l’A.T.M. aveva dato il via già nel 1915: le prime venti fattorine presero servizio il 15 giugno. Sul finire dell’estate 1916 l’azienda decise di addestrare donne alla mansione di conduttrici,  attivando un’apposita scuola: a ottobre presero servizio le prime 3 conduttrici, quindi in novembre terminarono il corso altre 10. La maggiore presenza femminile nell’A.T.M. si ebbe nel 1918, con 434 presenze (304 fattorine, 109 conducenti e 11 operaie e cantoniere). Le donne avevano lo stesso orario di lavoro dei colleghi uomini: 9 ore giornaliere che con lo straordinario arrivavano a 11, lavoravano anche nei turni di notte e percepivano lo stesso salario (fattorine e conducenti furono introdotte anche nella S.R.T.O., ove le retribuzioni erano inferiori e l’orario di lavoro più lungo). Il “Sindacato Tramvieri” dopo l’ingresso delle prime conducenti nei turni di lavoro, nel novembre 1916 presentò un memoriale al presidente dell’A.T.M., per esporre: “le ragioni morali, fisiologiche, mediche, giuridiche e sociali … in appoggio alla domanda di chiusura della scuola delle donne conducenti (doc. 17), ottenendone l’impegno a chiudere la scuola, con l’intesa che i vuoti d’organico sarebbero stati occupati dai giovani fattorini avventizi. L’accordo fu disatteso dall’azienda che nel  personale femminile aveva sperimentato maggiore disciplina e responsabilità, rispetto ai giovanissimi avventizi assunti come fattorini. Allo sciopero che ne conseguì, cui i tramvieri parteciparono compattamente, l’azienda reagì licenziando gli avventizi - fra cui anche 90 fattorine che avevano preso parte all’agitazione - e deferendo al consiglio di disciplina il personale di ruolo: al posto degli scioperanti sarebbero stati richiamati i tramvieri al fronte (già dal 18 gennaio erano entrati in servizio 33 conducenti richiamati dalle retrovie militari, mentre le guardie comunali avevano svolto le funzioni di fattorini). Il sindaco Colonna, che in Consiglio Comunale il 19 gennaio aveva stigmatizzato il movimento contro il lavoro delle donne, esaltando l’alto valore civile della mobilitazione femminile nell’emergenza bellica – le donne, disse, “adempiono con intelligenza e con zelo il loro dovere, per la salvezza del nostro paese” [6] – solo nel marzo, a seguito della pressione esercitata oltre che dal sindacato da molte cariche istituzionali, acconsentì alla riassunzione della maggior parte dei licenziati.
Al termine del conflitto le fattorine e le conducenti addestrate ed utilizzate durante la guerra dall’A.T.M. furono congedate, così come anche nelle fabbriche – dove massiccia era stata l’introduzione della manodopera femminile durante la guerra - la presenza delle donne si assottigliò mentre una massa di reduci, in gran parte destinati ad ingrossare le fila dei disoccupati e dei poveri smobilitava le linee del fronte. Le donne furono tutte congedate fra il novembre 1919 e il dicembre 1920: sorte analoga  sarebbe toccata durante il secondo conflitto mondiale alle donne impiegate (dal 1942) nell’A.T.A.G., questa volta solo come fattorine, sicché occorrerà aspettare il 1989 per vedere nuovamente una donna prendere servizio su un mezzo dell’ATAC.
Durante il 1919 – 1920, il “biennio rosso”, gli eventi  subirono una straordinaria accelerazione. In tutta Italia  il 1919 fu un anno di agitazioni: il movimento dei lavoratori ottenne la giornata di 8 ore e i tramvieri, come altre categorie, praticamente il primo contratto collettivo di lavoro. Dopo il congresso nazionale di categoria, a Firenze nel settembre 1919, in cui una delle rivendicazioni più importanti fu il licenziamento delle donne, i tramvieri romani il 19  novembre entravano  in sciopero per l’inserimento in ruolo degli avventizi, la fusione con la S.R.T.O., il licenziamento delle donne.
Nell’autunno 1920 l’onda montante dei moti spontanei di piazza contro il caro-viveri e l’acutizzarsi dello scontro sociale culminerà anche a Roma nell’occupazione delle fabbriche. L’episodio più grave, che segna l’inizio dell’escalation della reazione della destra nazionalista prima, fascista poi, avrà a protagonisti i tramvieri. Il 13 luglio 1920 questi erano scesi in sciopero per solidarietà con l’agitazione in corso dal 20 giugno dei ferrovieri delle ferrovie secondarie. Il 20 luglio la vertenza giunse a soluzione; le vetture uscirono dai depositi, pavesate con bandierine rosse in segno di vittoria, il che diede  pretesto a violente azioni di pestaggio da parte di nazionalisti, fra cui molti militari, che sfociarono nella devastazione della tipografia dell’ Avanti! in via della Pilotta. Tutti i lavoratori scesero spontaneamente in sciopero. Riunitasi il 21  la Camera del Lavoro, si decise di continuare l’agitazione, solo i tramvieri sarebbero tornati in servizio alle 18. Nuove aggressioni verificatesi al momento della ripresa del servizio tramviario, fecero sì che si proclamasse la continuazione dello sciopero, che terminò solo alle 24 del giorno seguente, con l’avvertenza però che  a fronte di nuove violenze il servizio sarebbe stato immediatamente sospeso. I tramvieri e la loro organizzazione sindacale ebbero un ruolo importante anche nelle lotte del successivo biennio 1921 – 1922, quando il radicalizzarsi in tutto il paese dello scontro sociale  - lo squadrismo dal febbraio 1921 cominciava ad colpire duramente  anche nella capitale -  avrebbe aperto la strada alla marcia su Roma e alla presa del potere del fascismo nell’ottobre del 1922.

 

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6. Dall'A.T.A.G. all'A.T.A.C.: il filobus e l'autobus


Durante il ventennio fascista, con l’istituzione del “Governatorato di Roma”, l’azienda pubblica dei trasporti fu chiamata a svolgere un ruolo di primo piano nella promozione dell’immagine di efficienza, ordine e funzionalità dei servizi pubblici dell’Urbe fascista prima, della “Capitale dell’Impero” poi: un punto di forza, a partire dai bisogni della nascente società di massa,  per la costruzione  del consenso al regime. A rappresentare la modernizzazione e l’innovazione tecnologica nel sistema dei trasporti cittadini furono in quegli anni l’autobus e il filobus.
Sciolta l’amministrazione comunale nella primavera del 1923, il regime ebbe nella capitale in un primo tempo  la fisionomia di Filippo Cremonesi: un volto noto, ricoprendo già egli  la carica di sindaco al momento della destituzione degli organi elettivi. Nominato il 2 marzo commissario straordinario, quando nell’ottobre 1925 fu istituito il Governatorato assunse la carica di “Governatore di Roma”, per ricoprirla fino al dicembre dell’anno successivo.  Al governatore Cremonesi si presentava un’azienda dei trasporti ingrandita ma in grave dissesto. Negli anni della guerra la rete tramviaria era stata estesa - il 17 gennaio 1918 era stata per esempio inaugurata dalla S.R.T.O. la nuova linea di collegamento tra piazza Venezia  e il  quartiere periferico di  Monteverde e nel 1920 l’A.T.M. aveva assorbito quasi tutto l’esercizio della “Romana”. L’iniziativa era stata assunta nel gennaio 1919. L’amministrazione del sindaco Colonna, avvicinandosi la scadenza delle concessioni della società, poté utilizzare lo strumento normativo del D.L. 14 luglio 1918 n. 1047 che consentiva di proporre al gruppo privato il  rinnovo delle convenzioni per soli 3 anni. La S.R.T.O., che avrebbe invece voluto vendere a prezzi elevati i materiali o ottenere concessioni di lungo periodo,  a questo punto chiese essa stessa il riscatto degli impianti. Stabilita al 1 gennaio 1920 la data della cessione, prima di lasciare le officine e il deposito a porta Maggiore, la “Romana” asportò la maggior parte del materiale e dei macchinari, trattenendo anche un numero eccessivo di vetture per l’esercizio delle linee 15 e 16 che non rientravano nel riscatto (le due linee furono rilevate rispettivamente nel 1920 e 1929). Fu necessario l’intervento del prefetto per imporre la consegna di 10 vetture complete di rimorchio, si aprì quindi una vertenza per la valutazione dell’ammontare della somma dovuta dal Comune alla S.R.T.O., che si trascinò a lungo.
Assorbiti dall’A.T.M. 66 chilometri di binario, il deposito di Porta Maggiore, la sottostazione elettrica di via Baccina e 2.326 dipendenti della “Romana”, nel 1921 sulla “cartina” illustrante al viaggiatore la rete dei trasporti di Roma si poteva seguire il tracciato di 32 linee tramviarie urbane - di cui 30, per 131 chilometri di esercizio, erano gestite direttamente  dalla municipalizzata con 393 tram e 4.497 dipendenti - che in un fitto dedalo di rotaie attraversavano la città. Alle linee tramviarie si aggiungeva il nuovo servizio di 5 linee di autobus di cui nel 1919 si era deliberata l’attivazione, a gestione diretta in economia dell’”Ufficio Tecnologico” comunale sui percorsi: piazza Montanara – piazza del Popolo, piazza di Spagna – S. Maria in Trastevere, piazza Colonna – S. Pietro, piazza SS. Apostoli – via Basento, Stazione Trastevere – Parrocchietta. Sulle prime tre linee si sperimentavano le cosiddette “autoelettriche”, cioè autobus a batteria, sulle altre due linee furono posti in servizio autobus a benzina. Il primo autobus municipale – con motore elettrico a batteria - cominciò a circolare il 1 luglio 1920 sul percorso centrale piazza del  Popolo – piazza Venezia - piazza Montanara e l’innovazione destò la più ampia soddisfazione dell’utenza: a confronto con il vecchio tram l’autobus appariva  più comodo, rapido e silenzioso. Si affacciava ormai il  problema dell’eccessiva concentrazione degli impianti tramviari e dell’intralcio che ne derivava per la viabilità,  poco scorrevole, soprattutto nei quartieri del centro. A questo proposito già nel 1920 si progettava di realizzare una metropolitana. Il Consiglio Comunale infatti deliberò la costruzione di una “tranvia sotterranea” per collegare piazza Venezia con Porta  S. Paolo, che sarebbe stata esercitata dall’A.T.M., per garantire la rapida comunicazione fra il centro della città e il nuovo quartiere industriale che si doveva sviluppare nell’area Ostiense, allacciando anche la progettata ferrovia Roma – Ostia Mare.
Nel quadro di riferimento ereditato dalla cessata amministrazione liberale, dunque le parole pronunciate nel 1925 da Mussolini durante la cerimonia d’insediamento del Cremonesi a capo del Governatorato - organismo amministrativo direttamente dipendente dal Ministro dell’Interno, carica sempre ricoperta dallo stesso Mussolini – si riassume il programma del duce per il trasporto pubblico nell’Urbe. “Voi toglierete dalle strade monumentali di Roma la stolta contaminazione tranviaria, ma darete modernissimi mezzi di comunicazione alle nuove città che sorgeranno, in anello, attorno alle antichità...”[7]: queste erano le direttive del capo del fascismo,  che la potenziata struttura tecnologica denominata dal 1927 “Azienda Tramvie e Autobus del Governatorato” si accingeva a realizzare. E negli anni Trenta, il regime riuscì davvero a dare volto alla città fascista, concretizzando in forme monumentali e percorsi urbani consolidati il suo progetto di  “Romanità”.  Nel decennio che precede la seconda guerra mondiale sarebbero stati portati a termine i grandi piani di isolamento delle emergenze archeologiche, demoliti interi brani di storia urbana per creare gli spazi d’esibizione dei riti di massa del regime. E sarebbe stata completata la “bonifica sociale” dei rioni storici, deportato nelle lontane “borgate” in via di costruzione il popolo, un po’ anarchico e irruento, dai mille mestieri poveri, che li abitava da secoli. A tutto ciò fu dunque funzionale la “rivoluzione” del traffico partita il 1 gennaio 1930, quando “venne attuata, in modo simultaneo, una completa trasformazione dell’esercizio, consistente principalmente nella sostituzione nel centro della città delle tramvie con autobus” [8] (doc. 21): già nel 1927  era stata riacquisita dall’A.T.A.G. l’accresciuta rete degli autobus che nel 1924 era stata appaltata dall’amministrazione Cremonesi alla privata “Società anonima trasporti Ugolini”.
A “sanare” l’azienda – che nel 1922 aveva un disavanzo di 13 milioni di lire – Filippo Cremonesi aveva  provveduto in primo luogo “disciplinando” il personale. Fin dal 1923, insediati i  nuovi vertici aziendali, il consiglio di disciplina aveva provveduto all’“epurazione” di quanti fossero considerati “sovversivi”: allora furono allontanati 600 dipendenti, avvalendosi dei decreti sulla liberalizzazione dei licenziamenti (doc. 19). Una nuova impronta dirigista veniva data poi alla conduzione delle municipalizzate dalla legge che regolava l’assetto istituzionale del Governatorato. Destituiti i vecchi consigli di amministrazione, al vertice era collocato un  commissario che faceva direttamente capo al Governatore. L’irrobustimento finanziario assicurato al nuovo organismo del Governatorato   dall’inquadramento nell’amministrazione e  nel bilancio del Ministero dell’Interno sotto l’egida del capo del governo, consentiva all’azienda dei trasporti da esso dipendente di realizzare un intenso programma di sviluppo e di rinnovamento, presentando nel giro di pochi anni una nuova immagine di efficienza e modernità. Nel maggio 1928 in occasione del 21° congresso  dell’”Unione Internazionale delle Tramvie e Ferrovie di Interesse Locale” era inaugurata la rinnovata sede dell’A.T.A.G. in via Volturno (doc. 20). Negli anni seguenti, in coincidenza con l’attuazione del piano di eliminazione del tram dal centro storico, fu completata la municipalizzazione dei trasporti pubblici romani: già nel 1927 era stata riscattata la linea tramviaria via Marsala – piazza del Verano fino ad ora gestita dalla “Tramvie e Ferrovie Economiche” (il percorso fu prolungato fino a Portonaccio); quindi nel 1929 con l’assorbimento dell’ultima linea tramviaria – il 16, da S. Pietro a S. Giovanni – cessò l’attività della “Società Romana Tramways e Omnibus”. Il piano di ampliamento dell’A.T.A.G. contemplava anche l’assunzione di linee di collegamento con la provincia: nel 1928 fu acquistato il pacchetto azionario della  “Società Tramvie e Ferrovie Elettriche di Roma” che gestiva la tramvia per i Castelli Romani, attivata fin dal 1903 lungo la via Appia. Alla futura STEFER, divenuta ormai società pubblica, si fece acquistare anche la tramvia Roma – Tivoli, ancora gestita dalla “Tramvie e Ferrovie Economiche”: il servizio, assunto poi direttamente dall’A.T.A.G. fu sostituito nel 1931 con una linea di autobus.
Moderne autovetture a benzina e a nafta  o a propellente autarchico - la miscela “Roma” o il “gassogeno” a legna che l’A.T.A.G. cominciò a sperimentare nel 1934 “per le esigenze dell’economia nazionale” (doc. 22) - gradualmente avrebbero sostituito il tram oltre che nel centro storico  anche nei quartieri. Le nuove borgate popolari rimanevano invece senza servizi pubblici, precari aggregati sociali, ove la mancanza di collegamenti con i centri della vita produttiva ed economica della città alimentava miseria ed emarginazione sociale (doc. 23). Dopo il 1936, con l’inasprirsi delle sanzioni applicate all’Italia dalla Società delle Nazioni per la guerra d’Etiopia l’azienda dei trasporti pubblici sarebbe stata però nuovamente indotta ad investire nell’incremento dei mezzi a trazione elettrica, creando una  rete di trasporto su  filobus: i primi circolarono l’8 gennaio 1937 su due percorsi che collegavano piazza del Popolo con piazza Risorgimento e ponte Milvio (doc. 24).
Nel 1939, alla vigilia della guerra, per una città di 1.303.800 abitanti, con una media di 1.300.000 movimenti giornalieri, l’A.T.A.G. metteva dunque in campo 33 linee tramviarie, 45 di autobus e 11 di filobus, per una lunghezza di esercizio totale di 460 chilometri, con 1.336 vetture, ricoverate in tre depositi tramviari e dodici rimesse. Gli impianti comprendevano inoltre: le officine centrali sulla via Prenestina – ove nel 1925 erano stati acquistati e ristrutturati i vasti spazi delle Officine meccaniche Tabanelli - per le riparazioni del materiale mobile, con una stazione di servizio “modernamente attrezzata” e nove sottostazioni elettriche di conversione.
L’operazione di cancellazione non solo dei partiti politici e dei sindacati, ma anche di qualsiasi forma di associazionismo libero, di consociativismo alternativo al conformismo ideologico delle strutture istituzionali  - della cultura, del tempo libero, dello sport - in cui il regime imponeva si forgiasse il “carattere fascista” degli italiani, aveva dato i suoi frutti. Fra le tante organizzazioni chiuse d’autorità c’era anche la “Cooperativa Case Tramvieri”, sciolta nel 1926 perché  costituita “nella grande maggioranza di elementi avversi alle istituzioni – così suona il  provvedimento dell’autorità di polizia – i quali svolgono opera tale che costituisce permanente pericolo di turbamento dell’ordine pubblico” [9]. Dopo sarebbero venuti gli “anni del consenso”: le logiche organizzative del regime totalitario  avrebbero assicurato, come contropartita alla rinuncia alla libertà,  benefici e protezioni  “corporative” alle categorie dell’impiego e dei servizi pubblici, che il modello di “stato sociale” del fascismo andava ad infoltire (doc. 25). “L’A.T.A.G. occupa 7.178 dipendenti fra i quali sono rappresentate tutte le categorie di lavoratori: 512 funzionari e impiegati; 2.195 fattorini; 1.001 conducenti tramviari; 908 conducenti autobus e filobus; 2.141 operai di numerose qualifiche e specialità – leggiamo nella pubblicazione ufficiale da cui ricaviamo i dati statistici relativi al servizio nel 1939 – All’assistenza di una così notevole massa di lavoratori provvedono apposite istituzioni, cui largamente contribuisce l’Azienda (Casse Mutue – Casse di Previdenza – Opera Dopolavoro) ...Una Coorte Autonoma della M.V.S.N. inquadra gli agenti iscritti alla Milizia che consacrano le ore di riposo all’addestramento militare. Una scuola è stata di recente istituita per i giovani figli del personale, che diverranno così futuri agenti di vettura ed operai dell’Azienda. Essa dà così ai propri dipendenti una tranquilla fiducia per l’avvenire  dei loro figli ...” [10] (doc. 26).
Dietro l’angolo c’era invece una disastrosa avventura militare, con le distruzioni e le lacerazioni che ne conseguirono (doc. 27). Con la guerra furono smantellati i binari per dare ferro alla patria e mentre sulle vetture erano temporaneamente impiegate le donne (doc. 29), addestrate per svolgere il servizio di “fattorine” (doc. 28), la carenza di carburante  e di pneumatici metteva in difficoltà anche la circolazione degli autobus e filobus. Poi arrivarono i bombardamenti dell’estate del ’43 che oltre a colpire il nodo logistico dello scalo merci S. Lorenzo, si estesero anche ad una vasta area della periferia est della città fra la Casilina e la Prenestina. In essi subirono forti danneggiamenti anche il deposito A.T.A.G. a Porta Maggiore e le officine centrali in via Prenestina: a via Foligno furono allineati i morti provocati dalle bombe che il 13 agosto colpirono duramente anche il “Quartiere dei tramvieri” a S. Giovanni.
I trasporti pubblici non poterono più svolgersi con regolarità: terminato alle 12,30 il bombardamento del 19 luglio le vetture dell’A.T.A.G. furono impiegate per caricare morti e feriti. Per giorni “furono effettuati numerosi servizi di soccorso – per i quali leggiamo in un’informativa dell’azienda del 20 agosto furono - percorsi Km. 2.275” (doc. 30). Dopo l’8 settembre, con l’occupazione tedesca cominciarono le requisizioni dei mezzi: il 3 ottobre, ad esempio, le autorità militari tedesche ordinarono la consegna di 70 autobus:  “insieme agli autobus – informa il giorno seguente un altro rapporto dell’A.T.AG. - sono stati precettati anche i relativi autisti per la condotta degli autoveicoli, ed è partito così, ieri sera, un primo gruppo di 35 autobus” (doc. 31). In queste condizioni il servizio pubblico cessò completamente, sostituito dalle “camionette” private.
Dopo la liberazione cominciava la ricostruzione, ma occorsero alcuni anni per rimettere in sesto l’azienda dei trasporti della capitale: il periodo delle “camionette” si prolungò nel dopoguerra poiché si riuscì  a ripristinare la rete dei trasporti prebellica solo alla fine del 1948.  Con il ritorno alle istituzioni democratiche e dell’amministrazione elettiva al Comune l’azienda dei trasporti fu ridenominata dapprima “Azienda Tramviaria Autofiloviaria Comunale”, quindi – scomparsi i filobus -  “Azienda Tramvie e Autobus del Comune di Roma”. 
Alla vigilia della guerra il filobus, il nuovo veicolo a trazione elettrica, era considerato il mezzo di trasporto del futuro. Più economico dell’autobus, vista la scarsa disponibilità del combustibile necessario alla trazione meccanica, il filobus (come il tram) riceveva la corrente attraverso il trolley dai fili aerei, ma si muoveva su gomma anziché su rotaia: era perciò più del tram manovrabile, silenzioso e veloce. Il piano regolatore dei trasporti collettivi elaborato dall’A.T.A.G.  per l’E42 - la  grande esposizione universale programmata dal regime nel 1942 nell’area delle Tre Fontane, dove nel dopoguerra sarebbe sorto il nuovo quartiere dell’E.U.R. -  faceva perno dunque sullo sviluppo di questo mezzo di trasporto. Questo indirizzo non era  ancora mutato nel 1950 quando l’azienda municipale, tornata a funzionare con regolarità, presentava un parco mezzi di 623 tram 384 filobus e 368 autobus.  I  filobus sarebbero stati invece destinati a sparire: gli ultimi cessarono il loro servizio il 2 luglio 1972 sulla linea 47 (Lungotevere Marzio – Monte Mario) e molto ridimensionata sarebbe stata anche nelle aree non centrali la rete dei tram, imponendosi a partire dagli anni ’60, nel trasporto pubblico l’egemonia dell’autobus con motore a combustione.
In quegli anni Roma raggiungeva i due milioni di abitanti, si estendeva senza pianificazione urbanistica il costruito dei quartieri intensivi delle periferie, il “boom economico”  poneva alla portata dei più l’acquisto dell”utilitaria”. I filobus furono dunque sacrificati all’incremento della  motorizzazione privata. La manovra infatti – in assenza di “corsie preferenziali” per il mezzo pubblico - diveniva difficoltosa in mezzo al crescente traffico veicolare e le caratteristiche tecniche di questo mezzo lento nell’accelerazione, erano tali da renderlo comunque un intralcio per il traffico. L’”inconveniente” più lamentato dagli automobilisti e dagli stessi tramvieri – che accolsero con favore l’eliminazione dei filobus, sostituiti dagli autobus -  era quello che si verificava  quando una delle due aste lunghe che costituivano il trolley “scarrucolava”, provocando la fermata del mezzo: essendo isolato da terra dalle gomme il filobus non poteva avere altro ritorno di corrente che con il secondo filo parallelo, perciò per rimettere in moto la vettura il fattorino doveva scendere ed effettuare  manualmente la manovra per ricollocare in posizione il filo, con l’aiuto del tirante situato sul retro della vettura.
A partire dai lavori messi in cantiere per le Olimpiadi del ’60  - con la costruzione di sottopassi, viadotti  e grandi arterie a scorrimento veloce come la via Olimpica, che favorivano lo sviluppo del traffico automobilistico -  fu dunque in gran parte ridisegnato il sistema del trasporto pubblico di superficie, incentrandolo quasi interamente sull’autobus. Fu smantellata la rete dei filobus ed anche la maggior parte delle linee tramviarie ancora in esercizio. Con l’eliminazione delle sedi stradali apposite e dei marciatram, si dava il passo al trasporto su gomma e al traffico veicolare privato. Con il crescente carico di inquinamento urbano causato dai gas di scarico prodotti dalla combustione dei derivati del petrolio, il mezzo pubblico di superficie era destinato dagli anni Settanta ad essere sovrastato da quello privato, perdendo nella battaglia quotidiana del traffico ogni giorno di più viabilità  e velocità. Né fino alla fine degli anni Settanta la “metropolitana” – a Roma dal 1955 funzionava la linea che collega la Stazione Termini  all’E.U.R. - rappresentò un’alternativa reale all’uso dei mezzi di superficie per i flussi delle percorrenze giornaliere dei cittadini romani.

 

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7. La metropolitana


Il 9 febbraio 1955 fu inaugurato il primo tronco di linea metropolitana a Roma. Il tracciato partiva in sotterranea dalla Stazione Termini e, oltrepassata alla fermata della Piramide la stazione di scambio con la linea ferroviaria per Ostia – attivata nel 1924 ed utilizzata dai romani soprattutto per raggiungere gli stabilimenti balneari del Lido - proseguiva in superficie, ad eccezione del tratto in galleria fra le due stazioni dell’EUR (Esposizione Ovest attivata il 22 settembre 1958 e Esposizione Est) fino al capolinea oltre le Tre Fontane, nella disabitata periferia sud-ovest della città (doc. 32).
Progetti per la “ferrovia metropolitana” a Roma si cominciarono a presentare dal 1881. E a  spiegare le ragioni della scelta del tracciato del primo tronco dell’attuale linea B, iniziandosi a parlare con maggiore concretezza della costruzione di una “ferrovia sotterranea” urbana a partire dal 1911, è un  orientamento – l’idea dello “sviluppo di Roma verso il mare” - che con motivazioni diverse guidò con continuità le scelte urbanistiche e l’intervento pubblico, dallo stato liberale attraverso il  fascismo fino agli anni della repubblica. “La penetrazione sotterranea sino a piazza Venezia, segna il principio di una linea che risolve tutte le gravi questioni della circolazione e del traffico, dei monumenti, dell’estetica, del commercio, delle tradizioni e della Roma d’oggi”[11]. Così la giunta Nathan presentava il progetto, approvato dal Consiglio Comunale il 27 – 28 luglio 1911 (proposta n. 432) che prevedeva la costruzione di una ferrovia per il collegamento con Roma del porto commerciale e del borgo marittimo da edificare ad Ostia, costituita oltre che da un lungo tratto di superficie dal litorale a Porta S. Paolo, di un prolungamento in sotterranea fino a piazza Venezia e, in prospettiva, a piazza del Popolo. Il progetto di “metropolitana”, si inseriva nell’ambito dei programmi per lo sviluppo economico della capitale dell’amministrazione progressista: realizzazione del  porto marittimo a Ostia e del porto fluviale a S. Paolo con un  canale navigabile di collegamento,  sviluppo dell’area industriale Ostiense e del borgo marittimo di Ostia, con collegamento viario e ferroviario. Progetti di infrastrutture e collegamenti che necessitavano di  grandi investimenti. Il gruppo di banche francesi rappresentate da Andrea Berthelot delegato della “Chemin de fer métropolitain de Paris” e  Gilberto Boucher presidente della “Société Française d’études industriel” e consigliere del Dipartimento della Senna,  con cui il Comune aveva stipulato una convenzione per la costruzione delle due tratte ferroviarie, non  fu in grado di mantenere fede ai propri impegni. Nel primo dopoguerra, sebbene il Comune decidesse di costruire in proprio la tratta metropolitana sotterranea S. Paolo – piazza Venezia, per la quale il Consiglio Comunale il 21 luglio 1920 approvò una stima di spesa di 15 milioni, il progetto non era  realizzato quando il 10 agosto 1924 alla Piramide era aperta all’esercizio la ferrovia per il Lido di Roma, elettrificata il 21 aprile dell’anno seguente.
Al potere era andato il fascismo e ai progetti di sviluppo della metropoli industriale e produttiva il governo di Mussolini avrebbe preferito quelli per l’incremento della città impiegatizia e d’apparato. Sicché l’opera ferroviaria  compiuta un anno dopo lo scioglimento dell”Ente Autonomo per lo Sviluppo Marittimo e Industriale di Roma” (1919 – 1923) – l’ente pubblico istituito nel difficile periodo del dopoguerra per realizzare il programma avviato dalla giunta Nathan - avrebbe collegato Roma non più al  suo grande approdo marittimo, ma al suo litorale balneare. Mentre Ostia con i suoi stabilimenti si sviluppava come ridente lido turistico, all’Ostiense le strutture industriali si dismettevano e la stazione della Piramide, accantonata l’idea del grande scalo merci in collegamento col porto commerciale da costruire ad Ostia, diveniva il capolinea del nuovo “petroliniano” rito di massa: la domenicale gita al mare dei romani. Intanto una commissione governativa era incaricata di proseguire gli studi circa il progetto della ferrovia metropolitana.
Alla costruzione di questa, in base alla normativa varata nel 1925, avrebbe dovuto provvedere lo stato, ma solo nel 1937 il progetto fu varato. Preparandosi per il 1942 la grandiosa esposizione  del ventennale del regime, l’”Esposizione Universale di Roma” localizzata nell’area delle Tre Fontane, si progettò la “metropolitana per l’E.U.R.”: una linea concepita – così come il primo progetto del 1911 - in funzione del prolungamento verso il centro cittadino della ferrovia per Ostia. Secondo il progetto posto in esecuzione infatti la linea metropolitana si distaccava dalla ferrovia per il Lido  in corrispondenza della stazione della Magliana: la costruzione del primo tratto Magliana – Tre Fontane fu appaltata  alla “Società Italiana per le Strade Ferrate del Mediterraneo”  nel 1938, il tratto rimanente dalla stazione della Magliana – monumentale quinta architettonica d’accesso  all’esposizione - fino alla stazione Termini lo fu l’anno seguente. Si trattava di una struttura dalle caratteritiche ferroviarie, visto che su di essa era previsto l’inoltro dei treni provenienti dal Lido e delle Ferrovie dello Stato da Termini: le visite all’E42 di capi di stato e di governo avrebbero avuto luogo facendo transitare sulla linea metropolitana convogli ferroviari, fra cui il treno reale, con carrozze  salone e carrozze letto. Con gli sterri nell’area archeologica  della Suburra si era a buon punto prima dello scoppio della guerra. Le gallerie in costruzione di un’opera di decoro monumentale, che con la magniloquenza delle forme architettoniche e i  sontuosi arredi marmorei delle stazioni avrebbe dovuto soprattutto esaltato nel turista e nel visitatore dell’E42 un sentimento di ammirato stupore per la grandezza dell’Urbe fascista,  servirono da rifugi antiaerei durante la guerra.  La grande esposizione del 1942 non ebbe mai luogo, ma  i lavori per la metro furono ripresi nel 1948 sul tracciato già definito per una lunghezza di poco più di 11 chilometri. Il servizio della “Metropolitana di Roma” inaugurata nel 1955 - costruita dallo Ministero dei Trasporti con l’assunzione da parte della STEFER dell’esercizio –  con l’ultima stazione Laurentina andava di fatto a finire in una “campagna” disabitata, ma avrebbe fatto da volano allo sviluppo dell’edilizia abitativa e per gli uffici nel  quartiere dell’E.U.R. in costruzione, orientando i programmi di sviluppo urbanistico della città del dopoguerra verso la nuova periferia sud-ovest. La seconda tappa della pianificazione della rete del trasporto metropolitano avrebbe avuto inizio nel 1959, quando con la legge n. 1145 del 24 dicembre furono stanziati i primi 26 miliardi per costruire la linea finalmente attivata il 16 febbraio 1980 da Ottaviano a Cinecittà e prolungata in giugno fino all’Anagnina, per un percorso di 15 chilometri (doc. 33). Collegamento fra l’intensiva  periferia  sud-est  della città e il quartiere terziario di Prati, secondo un percorso radiale, più volte ridefinito dalle numerose “varianti” del progetto iniziale, il primo tronco dell’attuale “linea A” si sarebbe intersecato  con la linea per l’E.U.R. prolungata fino a Rebibbia. Di entrambe le linee sarebbe stata assunta la gestione prima dall’ACOTRAL, l’Azienda consortile dei trasporti del Lazio della quale è entrata a far parte anche l’A.T.A.C., quindi dal COTRAL.
Ma siamo ormai alla cronaca dei nostri giorni, quando l’intenso sviluppo dell’“area metropolitana” con la forte integrazione del tessuto  produttivo ed insediativo della capitale con il territorio della provincia e della regione hanno imposto la ricerca di soluzioni alternative al “trasporto su gomma” per i servizi della mobilità collettiva nella capitale. Dalla “cura del ferro” - il ripristino delle linee tramviarie - all’integrazione del sistema dei trasporti urbani con il servizio metropolitano delle Ferrovie dello Stato, la rotaia tornerà ad essere la protagonista del paesaggio urbano del futuro?

 

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[1] 30 luglio 1857. “Direzione Generale di Polizia. Regolamento sulle Vetture ed altri mezzi di trasporto” (artt. 1, 8, 13). ASC, Comune Pontificio, Manifesti avvisi notificazioni, b. 32, fasc. 14.
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[2] Regolamento per le vetture pubbliche e per le vetture-omnibus nella città di Roma, Roma, tip. Sinimberghi, 1878, pp. 47-48 (artt. 85, 87, 88); pp. 20-21 (artt. 26, 27); p. 54- (art. 104); pp. 50-51 (art. 95 bis).
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[3] Memorandum dei tramvieri urbani agli Onorevoli Consiglieri Comunali di Roma, Tip. Tip. Editrice Roma [107], p. 4.
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[4] Deliberazioni del Consiglio Comunale n. 247 del 29 ottobre e 5 novembre 1915 relative a provvedimenti generali per l’Azienda delle Tramvie Municipali di Roma, Roma, Tip. Centenari, 1916, pp. 9 e 11.
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[5] 11 aprile 1917. Il direttore dell’A.T.M. ing. Giulio Mazzolani al sindaco Prospero Colonna sul richiamo alle armi di personale indispensabile al servizio. ASC, Archivio Generale (1871 – 1922) – Titolo 86 “Azienda delle Tramvie Municipali”, b. 1 f. 15.
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[6] Verbale del Consiglio Comunale 19 gennaio 1917. ASC, Verbali C.C., vol. 262 (pp. n. num.).
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[7] B. MUSSOLINI, Opera Omnia, vol. XXII, Firenze, 1957, pp. 47 – 48 (riportato in G. TALAMO G. BONETTA, Roma nel Novecento da Giolitti alla Repubblica, Bologna, Cappelli, 1987, p. 226).
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[8] S.P.Q.R.. Azienda delle Tramvie e Autobus del Governatorato di Roma (A.T.A.G.). Notizie, Roma, 1939, p. 4.
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[9] ACS, MI, DGPS,DAAGGRR, G1, b. 165 (riportato in G. TALAMO G. BONETTA, cit., p. 238).
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[10] S.P.Q.R., Azienda delle Tramvie…, cit., p. 19.
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[11] Atti del Consiglio Comunale di Roma dell’anno 1911. Secondo Quadrimestre, Roma, Tip. F. Centenari, p. 812.
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I DOCUMENTI
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doc. 1

ASC, Biblioteca Romana: Stragr. 189[1]

“Stazione a Porta Maggiore”. Tavola incisa in rame. Da: P. CACCHIATELLI G. CLETER, “Le Scienze e le arti sotto il pontificato di Pio IX”, Roma, Tip. Delle Belle Arti [1860 – 1869]

Gregorio XVI aveva mostrato avversione per le strade ferrate, i treni e le locomotive a vapore, sbuffanti mostri metallici che egli considerava “manifestazioni del demonio”. Il suo  successore, il progressista Giovanni Maria Mastai Ferretti, salito al soglio pontificio il 6 giugno 1846 col nome di Pio IX, invece fra i primi atti di governo pensò ad avviare i cantieri per la costruzione delle ferrovie. In Italia il nuovo simbolo del progresso della moderna società borghese aveva fatto la sua apparizione nel vicino Regno di Napoli nel 1839, quando Ferdinando II aveva inaugurato la linea ferroviaria Napoli – Portici, con la locomotiva francese Bayard. Il collegamento con il vicino regno borbonico, principale partner commerciale dell’arretrato stato pontificio – da Napoli si importavano derrate alimentari, prodotti industriali e manufatturieri  destinati soprattutto al consumo della dominante - avrebbe rappresentato il perno della nuova politica di sviluppo dei trasporti e  delle comunicazioni pontifici.
Con notificazione 7 novembre 1846 dunque Pio IX dispose la costruzione di 4 linee ferrate in concessione. La prima con tratta da Roma a  Ceprano al confine con il Regno di Napoli, avrebbe   congiunto la capitale con il confinante stato borbonico. Le altre tre linee avrebbero dovuto collegare Roma rispettivamente con Bologna (principale centro dello stato pontificio dopo Roma), Civitavecchia (maggiore  approdo marittimo) ed Anzio. Si costituì subito la “Società Pio – Latina” per la costruzione della prima linea ferroviaria. Inaugurato il 7 luglio 1856 il primo tratto Roma – Frascati, la stazione – che vediamo in questa immagine - era temporaneamente attestata a porta Maggiore. La prima fermata era a Ciampino dove la linea ferrata si biforcava: un binario raggiungeva Frascati, l’altro attraverso Albano e Velletri raggiungeva Ceprano dove si incontrava con la linea ferroviaria napoletana.
Lo sviluppo dei servizi di trasporto urbano è legato a quello delle linee ferroviarie. Nella  veduta della stazione ferroviaria a porta Maggiore appare una botticella, una carrozzella a cavallo, che svolge il servizio di “vettura di piazza” simile a quello del moderno taxi. In prossimità dei binari stazionano però anche due mezzi di trasporto collettivo. Presso la stazione ferroviaria – che nel 1870, quando gli Italiani entrano a Roma, era ormai attestata a Termini – sostano due vetture omnibus, che effettuano il collegamento fra il  centro abitato e il nuovo lontano capolinea ferroviario, in coincidenza con l’orario di partenza dei treni.

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doc. 2

ASC, Comune Pontificio, Titolo 51 “Strade ferrate”, b. 1, f. 6/2

9 – 19 giugno 1857. Esposto della società “Strada ferrata da Roma al Confine Napoletano” al Senatore per intralcio alla circolazione dell’omnibus diretto alla stazione di Porta Maggiore



Alla metà dell’Ottocento, regnante Pio IX (l’ultimo dei “papa re”) Roma aveva ancora il caratteristico aspetto di città – campagna. Entro il perimetro urbano vi erano fienili, stalle, si coltivavano gli orti e le vigne. Qui siamo a via Labicana, allora praticamente campagna: in giugno si svolgono le operazioni di “reposizione” del fieno, tipiche della stagione agricola estiva. Le barrozze, i grandi carri da trasporto in uso nella campagna romana ingombrano la strada. Dunque leggiamo: “Nella via Labicana, da che è principiata la reposizione dei fieni, spesso avviene che i nostri omnibus che fanno il servizio per la strada ferrata, si trovino intralciati non poco nella loro corsa tanto dalle lunghe file di carrozze in cammino, quanto dai fieni e barrozze impostati innanzi ai fienili ivi esistenti. Da tutto ciò viene ritardato l'arrivo dei detti omnibus alla stazione, e quindi impedita la precisione indispensabile nell’ora delle partenze dei treni”. All’esposto della società della “Strada ferrata da Roma al Confine Napoletano” risponde la Magistratura Capitolina con decreto del 19 giugno che dispone la sorveglianza dei gendarmi pontifici lungo la strada (l’amministrazione comunale non aveva allora un proprio corpo di polizia urbana).

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doc. 3

ASC, Biblioteca Romana: 30649[2]

“Servizio degli omnibus della Società Romana nell’interno della città”. Da: “Guida Monaci 1872. Guida scientifica, artistica e commerciale di Roma”


Ernesto Monaci appena Roma diventò italiana ebbe subito una brillante idea editoriale, cominciando a pubblicare l’annuale accurata guida commerciale della capitale, che con il suo nome continua ad essere pubblicata ancor oggi. Quando consultiamo la “Guida Monaci”, con le sue inserzioni pubblicitarie, ci appare un sorprendente spaccato di vita sociale, con il pulsare delle attività, dei commerci e del lavoro nella città. La seconda edizione della guida (per il 1872) con l’inserzione a pag. 97 ci informa che la “Società Romana” - con sede in piazza S. Ignazio, ove è anche la stazione principale degli omnibus - assicura il servizio di 7 linee, in base ad orari compresi fra le 7 di mattina e le 8 di sera, secondo tragitti che coprono praticamente l’intera estensione dell’abitato nel 1870: fra il Vaticano, piazza del Popolo, S. Maria Maggiore, S. Giovanni e Trastevere. La tariffa delle corse è fissata a 10 centesimi. Il servizio “continuato” per la piazza Termini, segue un ampio percorso attraverso via del Corso, piazza di Spagna, via Due Macelli, via del Tritone, piazza Barberini, via S. Nicolò da Tolentino, via S. Susanna, con partenza da piazza S. Ignazio un’ora prima della partenza del treno.

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doc. 4

ASC, Emeroteca Romana: Per. 699[2]

“Lo sciopero dei tramways a Parigi”. Illustrazione da: “La Tribuna Illustrata”, a. II, 12 luglio 1891


Nel “Disegno del nostro corrispondente parigino, signorina Marcella Lancelot”, che rappresenta lo sciopero dei trasporti svoltosi nella capitale francese il 28 giugno, il mezzo di trasporto rappresentato è il tipico tramway a cavalli: una vettura a trazione animale, le cui ruote scorrono su rotaie di ferro. Nell’ampio boulevard parigino, la vettura è al capolinea (la bassa costruzione a destra con l’insegna “tramways” ove si assiepano i passeggeri) sotto scorta delle forze di polizia, cui durante gli scioperi dei servizi pubblici incombeva il compito di mantenere l’”ordine pubblico”. La vettura del tram, qui del tipo a due piani (quello superiore scoperto) era molto simile a quella dell’omnibus, a differenza di questa però era esattamente simmetrica. Allo scopo di invertire la marcia al capolinea, spostando i cavalli da una testata all’altra, aveva alle estremità due terrazzini e due posti di guida, con accessi laterali per i viaggiatori.

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doc. 5

ASC, Biblioteca Romana: 30649[13]

Servizio di omnibus, tramways a cavallo e a vapore. Da: “Guida Monaci 1883. Guida commerciale di Roma”

 

Nel 1883 oltre agli omnibus (le sei linee dell'”Impresa Romana Omnibus” di Francesco Marini) nei percorsi urbani sono in esercizio anche altri sistemi di trasporto. Nuovi collegamenti extraurbani adottano il tramway a vapore. Le novità accolte con maggior favore dal pubblico, regalando ai romani l’abitudine della gita domenicale “fuori porta” ai Castelli Romani e alle Acque Albule, sono infatti le due linee di tram a vapore per Tivoli e per Marino. Entrambe si attestano con stazione a porta S. Lorenzo e sono state attivate nel 1879 e 1881 dalla “Società Anonima dei Tramways e Ferrovie Economiche”, che ha prolungato il binario fino a Termini, esercitando anche una tratta di tramvia a cavallo fra la stazione e il Cimitero del Verano. Un’altra innovazione è apparsa infatti fin dal 1877: i tramways a cavallo. Le prime rotaie sono state sistemate lungo la via Flaminia, sempre dalla Società delle Ferrovie Economiche, per il percorso Porta del Popolo - Ponte Molle. Nel 1882 le rotaie sono già state installate anche su altri percorsi: dalla “Tramways di Roma Marotti e C.” e dalla “Società Romana dei Tramways” (dello stesso proprietario dell’Impresa degli Omnibus). La seconda impresa gestisce un percorso di binari che segue lo sviluppo dei nuovi quartieri impiegatizi “piemontesi” del Castro Pretorio e dell’Esquilino nell’area est della città: da via del Corso alla Stazione Termini attraverso la nuova via Nazionale, con tre diramazioni: l’una passando di fronte alla stazione va a coincidere con la linea di porta S. Lorenzo per i Castelli e per Tivoli; l’altra per i nuovi tracciati di via Cernaia e Volturno raggiunge l’imponente edificio del Ministero delle Finanze; e l’altra ancora per le vie Gioberti, Carlo Alberto e Merulana raggiunge S. Giovanni in Laterano. La società di G.B. Marotti tiene invece in esercizio la linea di tram a cavalli che collega Piazza Montanara alla Basilica di S. Paolo, lungo l’asse di sviluppo dei quartieri operai ed industriali, egualmente previsti dal piano regolatore del 1883 lungo l’area della via Ostiense. Quanti erano alla fine dell’Ottocento in tutto i tramways a cavallo in servizio? Dovevano essere circa 200: il grande deposito realizzato a Porta Maggiore nel 1887 e visitato da re Umberto I il 6 luglio 1889 conteneva scuderie per 700 cavalli e binari di ricovero per 200 tram.

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doc. 6

ASC, Biblioteca Romana: 30649[24]

Servizio di omnibus, tramways a cavallo, a vapore e elettrico. Da: “Guida Monaci 1894. Guida commerciale di Roma e Provincia”

La “Società Romana Tramways e Omnibus” costituita nel 1886 da Francesco Marini, che nel 1885 ha assorbito le tramvie urbane delle “Ferrovie Economiche” (Porta del Popolo – Ponte Milvio) e dell’impresa di G.B. Marotti, ottenendo nuove concessioni negli anni successivi, ora gestisce 11 linee di omnibus e 9 di tram a cavalli. Comincia inoltre a sperimentare il tram elettrico nella villa Borghese, sulla linea da Porta Pinciana al Museo Borghese, che “agisce solo nei giorni in cui è aperta al pubblico la villa Borghese, cioè: martedì, giovedì, sabato e domenica. Le partenze si succedono ogni 15 minuti, dalle 13 al tramonto del sole”. Si tratta di due tronchi dimostrativi di ca. 750 m. , ove si sperimenta, con tre macchine motrici, il brevetto del capitano Michelangelo Cattoni, collegato a costruttori inglesi, con un particolare sistema di alimentazione in serie delle motrici in circolazione, in seguito superato dalla tecnica di alimentazione delle motrici in parallelo, il sistema di trazione elettrica poi divenuto usuale.

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doc. 7

ASC, Biblioteca Romana: 13293[25]

“Società Romana Tramways-Omnibus. Roma. Settembre 1895. La trazione elettrica in Roma a conduttura aerea sulla Tramvia Piazza San Silvestro – Ferrovia – pel Quartiere Ludovisi”. Testo e tavole.

Tavv.: I (“planimetria”); III (“Sezioni trasversali”); VII (“Dettagli dell’armamento del binario”); VIII (“Rimessa vetture. Piante e sezioni”); X (“Rimessa vetture. Veduta interna”); XI (“Scala Eiffel per impianto della linea aerea”); XII (“Vettura in prova per istruzione del personale”); XXII (“Via Volturno”); XXIII (“Piazza dei Cinquecento”); XXVI (“Vettura sollevata dal truck”); XXVII (“Elettromotore tipo GE 800”); XXIX (“Dettaglio della linea aerea”)


Il progetto dell’ufficio tecnico della S.R.T.O. approvato dal Consiglio Comunale l’8 febbraio 1895 ha avuto davanti a sé un lungo iter burocratico: è stato approvato dal Ministero dei Lavori Pubblici e da quello dell’Agricoltura Industria e Commercio. Il Genio Civile ha compilare il disciplinare di costruzione e di esercizio. Oltre al parere del Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, anche il Comitato del Regio Ispettorato delle Ferrovie e il Ministero delle Poste e Telegrafi (in base alla nuova legge 7 giugno 1894 sulla trasmissione a distanza della corrente elettrica) sono intervenuti a dare il loro parere. Infine la R. Prefettura ha ritenuto opportuno chiedere anche il parere della R. Questura per quanto attinente alla sicurezza pubblica. Eppure – come ci informa l’album pubblicato dalla “Romana” in occasione dell’inaugurazione della nuova linea elettrificata - i lavori sono stati completati con grande sollecitudine: tutto l’impianto e il materiale mobile è pronto entro il 20 agosto e la linea è inaugurata il 19 settembre 1895. La tecnologia è quella della casa americana “Thomson Houston”, su licenza della quale l’impresa Miani e Silvestri di Milano ha costruito le dieci vetture da porre subito in esercizio; i materiali d’armamento provengono dalla ditta Phoenix di Ruhrort in Vestfalia. Eppure alla messa in opera della linea ha concorso anche molto lavoro e capacità delle maestranze romane: all’officina Fumaroli, che ha eseguito anche tutte le decorazioni e mensole sospese ai pali della linea aerea, sono stati affidati i lavori occorrenti per la curvatura delle rotaie, per la loro foratura, per la montatura delle curve e degli scambi; all’elettricista romano Di Lullo si deve il nuovo sistema di illuminazione e di funzionamento dei riflettori di segnalazione applicato alle vetture. Il tracciato, studiato per mettere in rapida comunicazione la Posta Centrale, i Ministeri dei Lavori Pubblici e delle Finanze con la Stazione Termini - alimentato dalla corrente fornita dall’officina elettrica della “Società Anglo Romana per l’Illuminazione” situata a Porta Pia - si sviluppa per 2.804 m., con una pendenza massima dell’83,5 per mille (fra le più ardite d’Europa) in prossimità di porta Pinciana: l’esercizio si svolgerà sempre in modo regolare, a testimonianza della validità delle soluzioni progettuali che i tecnici dell’impresa romana per i trasporti hanno saputo elaborare.

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doc. 8

ASC, Biblioteca Romana: 30649[36]

Itinerari delle linee, prezzi ed orari dei tramways elettrci e degli omnibus. Da: “Guida Monaci 1906. Guida commerciale di Roma e Provincia”


I tramways a cavallo non sono più in uso. I veicoli, particolarmente quelli chiusi, sono ancora impiegati saltuariamente come rimorchi dei tram elettrici: i binari su cui scorrevano sono stati elettrificati. Nel 1904 le ultime sostituzioni: il 1 marzo sulla linea esercitata dalla “Tramvie e Ferrovie Economiche” Stazione Termini – Campo Verano e il 23 ottobre, per la sola linea rimasta a cavalli della S.R.T.O.: si tratta della tratta piazza del Popolo – Ponte Milvio, che era stata la prima su cui si era sperimentata per breve tempo, nel 1890, la trazione elettrica, con il sistema dell’ing. Cattori. Realizzate le opere stradali previste dal piano regolatore del 1883, con l’allargamento e la sistemazione dei tracciati di penetrazione del centro storico (apertura di Corso Vittorio, di via Arenula, via Nazionale e via Cavour) altre linee tramviarie si sono aggiunte, prolungandosi i binari anche lungo i nuovi assi di sviluppo della città umbertina: via Nomentana, viale del Policlinico, viale del Re, via Cola di Rienzo. Ora la S.R.T.O. gestisce 6 linee di omnibus e 16 linee di tramvie elettriche. Cessato nel 1889 il funzionamento della tramvia a vapore per Marino con partenza da S. Lorenzo (soppiantata dalla ferrovia che ne ricalca il tracciato, attestandosi però a Termini), una nuova tramvia per i Castelli è stata progettata dalla società costituitasi, anch’essa con capitale belga, fin dal 1899: la “Società delle Tramvie e Ferrovie Elettriche di Roma”. Nel 1906 la S.T.F.E.R. (futura STEFER) ha messo in esercizio – con funzionalità di tramvia suburbana - il tratto di due chilometri già ultimato, da Porta S. Giovanni al vicolo delle Cave, della “rete dei Castelli Romani”, per il cui completamento occorrerà attendere il 1916.

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doc. 9

ASC, Archivio Generale - Stampati, b. 305, Titolo 51 “Strade ferrate tramvie a vapore e elettriche”, a. 1909

17 agosto 1909. Avviso pubblico che rende nota l’approvazione della deliberazione comunale per la costruzione di linee tramviarie e l’impianto di una officina centrale generatrice d’energia elettrica al vaglio della commissione governativa istituita in base alla legge 17 mag. 1903 n. 173

 

Dopo un lungo travaglio dovuto soprattutto alle manovre della S.R.T.O. che si oppone alla nascita delle aziende municipalizzate, la commissione istituita dal governo ha finalmente dichiarato ammissibile il progetto che il Consiglio Comunale ha approvato nel maggio 1908. Secondo quanto prescritto dalla legge sulle municipalizzazioni, l’istituzione delle aziende pubbliche deve essere sottoposta a referendum popolare. Nel manifesto si rende perciò noto alla cittadinanza che sono esposti “presso l’Ufficio municipale tecnologico posto al primo piano del palazzo Balestra in piazza dei SS. Apostoli, i progetti tecnici e finanziari – relativi alle opere tramviarie e della centrale elettrica da costruire - perché ciascun elettore possa esaminarli nell’imminenza del “referendum” da indirsi a forma di legge”. La consultazione sarà indetta per il 20 Settembre 1909, in concomitanza con i festeggiamenti promossi con enfasi ogni anno nell’anniversario di Porta Pia, bandiera ideologica delle forze laiche e democratiche che nel contrasto politico cittadino si contrappongono allo schieramento conservatore – clericale: la votazione darà 21.110 voti a favore e 333 contrari.

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doc. 10

ASC, Archivio Generale, b. 1454, Titolo 51 “Strade ferrate tramvie a vapore e elettriche”, a. 1909

Società Romana Tramways Omnibus, statistica passeggeri omnibus del settembre 1909


Nel 1909 sono ancora in esercizio sette linee con vetture omnibus a trazione animale. Sei i percorsi usuali gestiti dalla S.R.T.O.: piazza Montanara - piazza Cola di Rienzo, piazza Venezia - piazza Scossacavalli, piazza S. Pantaleo - piazza S. Giovanni in Laterano, piazza di Spagna – piazza S. Pietro, piazza della Cancelleria – piazza Principe di Napoli, piazza del Popolo – Piazza Venezia. Oltre ad essi dal mese di agosto ne è stato attivato un settimo: a provvedere provvisoriamente il quartiere Salario in espansione di un mezzo di comunicazione, in attesa della linea tramviaria progettata dal Comune, è stata istituita una linea di omnibus a cavalli da via Boncompagni a piazza Quadrata, con percorso lungo via Po e coincidenza con le linee tramviarie per le piazze S. Silvestro e Termini. Il nuovo servizio è stato affidato dall’amministrazione Nathan alla S.R.T.O., dietro una corrisposta fissa, assumendosi il Comune le eventuali passività dell’esercizio. Con una capienza media di 20 passeggeri, le vetture impegnate sui sette percorsi descritti, secondo questa statistica mensile elaborata dall’”Ufficio Biglietti” della S.R.T.O. per il mese di settembre 1909 - quando a Roma si svolge il referendum popolare sull’istituzione dell’azienda municipale dei trasporti - hanno effettuato 33.525 corse con 363.500 passeggeri.

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doc. 11

ASC - Gabinetto del Sindaco, Titolo 36 “Ferrovie Tramvie Omnibus Automobili”, a. 1911

“Società Romana Tramways e Omnibus. Progetto di sistemazione generale della rete tramviaria di Roma. Piano della rete esistente e di quella da costruire. Istituto Calcografico di E. Calzone. Roma” [1911]


Nella pianta che accompagna le richieste presentate al sindaco dalla S.R.T.O. il 7 agosto 1911, sono indicate con linea azzurra continua le tratte tramviarie di cui la società intende conservare l’esercizio in concessione e con linea tratteggiata dello stesso colore quelle che ritiene di dismettere; con linea verde sono indicate le nuove concessioni richieste al Comune. Nella stessa planimetria è rappresentato lo sviluppo - secondo il “piano regolatore delle tramvie” allo studio della giunta Nathan, in correlazione col nuovo “piano regolatore edilizio” varato nel 1908 - previsto per la rete tramviaria comunale (con linea rossa continua e tratteggiata). A lungo la S.R.T.O., cerca di contrastare il piano municipale di razionalizzazione del sistema dei trasporti cittadini, presentando piani diversi con lo scopo di mantenere la sua posizione di monopolio. Durante l’amministrazione Nathan la società ottiene comunque nuove concessioni, essendo indotta a riformare ed intensificare i servizi per il quartiere Prati, a prolungare la linea di Trastevere fino alla nuova stazione e quella di S. Agnese fino alla Barriera Nomentana, ad istituire la nuova linea 6 (Termini – Palazzo di Giustizia) e il nuovo percorso della linea 14 (da piazza Indipendenza fino alla Barriera Trionfale). Nuove concessioni di linee tramviarie la “Romana” ottiene anche, dopo le dimissioni della giunta Nathan, nel periodo dell’amministrazione del commissario straordinario Fausto Aphel (8 dicembre 1913 – 6 luglio 1914).

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doc. 12

ASC, Biblioteca Romana: 13462[20]

S.P.Q.R. Regolamento speciale per l’Azienda delle Tramvie Municipali di Roma (…) approvato dal Consiglio comunale nelle sedute del 16 23 30 maggio e 6 giugno 1910 (…), Roma, Tip. F.Centenari, 1910


Al termine del primo anno di esercizio l’A.T.M, ha 202 dipendenti. L’organizzazione del personale è definita nel Titolo II “Personale” del regolamento dell’azienda, approvato nel 1910. Oltre al sistema di classificazione dei dipendenti che qui vediamo, con la relativa tabella organica ove sono indicati i livelli retributivi di ciascuna qualifica, il regolamento enuncia i criteri con cui saranno effettuate le assunzioni e si darà corso alle promozioni, definisce gli orari di lavoro e le norme relative ai congedi. Sono inoltre regolamentate le procedure relative alle sanzioni disciplinari e alla cessazione dal servizio. E’ infine definito il trattamento pensionistico ed assicurativo del personale. La categoria dei tramvieri, come tutte quelle dei pubblici servizi, è a Roma ben organizzata sindacalmente e capace anche di lunghe vertenze in sostegno delle proprie rivendicazioni. Anche nell’azienda pubblica, negli anni che precedono la prima guerra mondiale non mancano momenti di tensione e scioperi come quello del maggio 1912, quando i tramvieri dell’A.T.M. entrano in sciopero per ottenere miglioramenti salariali e modifiche alla disciplina, oltre che a difesa di un collega in prova che l’azienda ha licenziato. L’astensione dal lavoro è compatta e i socialisti portano la questione nell’aula del Consiglio Comunale: con la Commissione amministratrice dell’azienda si trova un accordo su quasi tutte le questioni, tranne che sulla riassunzione dell’operaio.

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doc. 13

ASC, Ufficio V – Ispettorato Edilizio prot. 1678/1911

1911. “Case Cooperativa Tramvieri nel Quartiere fuori porta S. Giovanni”. Progetto edilizio: “Planimetria generale”, “Prospetto interno”, “Particolari per la costruzione di un camino, lavandino e cesso”, “Sala per trattenimenti e festeggiamenti”. Istanza di Felice Giammarioli, presidente della Cooperativa Tramvieri al Sindaco (3 aprile)


Il progetto è diviso in due lotti, il primo di 7 fabbricati, il secondo di 6, su terreni del demanio comunale delle “aree fabbricabili” acquistati dalla cooperativa lungo i nuovi tracciati viari previsti dal piano regolatore del 1908 fuori porta S. Giovanni. L’Ufficio Toponomastica non ha ancora assegnato una denominazione alle strade, sicché la “via prima” indicata nella planimetria generale del progetto è la futura via Terni, la “via seconda” è l’attuale via Orvieto, mentre l’asse principale, via La Spezia, è qui indicata come la “via terza”. Il progetto è presentato il 1 aprile all’Ufficio Tecnico comunale dall’ing. Edgardo Negri e sarà realizzato dall’Istituto Case Popolari. Il presidente della Cooperativa dei tramvieri della S.R.T.O. sollecita l’esame del progetto, rappresentando in una lettera al sindaco l’urgenza per “la classe dei tramvieri” di veder costruiti i propri alloggi. Vagliato dalla Commissione edilizia comunale, il progetto dovrà essere migliorato in alcuni punti – si dovranno, per esempio, “eliminare le camere prive di aria e di luce in prossimità delle scale” - ma è infine approvato: con deliberazione della Giunta Comunale del 22 luglio (n. 8) è data via libera ai lavori.

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doc. 14

ASC, Biblioteca Romana: 21697

“Comitato per le Feste Cinquantenarie. Roma nel 1911. Guida ufficiale della città e dintorni con accenni all’Esposizione”, Roma, Amministrazione della Rassegna “Roma”, via due Macelli, 106. Frontespizio e allegata “Pianta di Roma colle linee delle tramvie e degli omnibus”


La guida è scritta dal direttore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna, Ugo Fleres, per il visitatore approdato a Roma per prendere parte ai festeggiamenti del cinquantenario dell’Unità d’Italia. Nella pianta inserita nella guida sono evidenziate in rosso le aree e le strutture allestite per la grande parata celebrativa che si svolgerà a Roma nel 1911. A Piazza d’Armi sono allestiti i padiglioni dell’ “Esposizione Regionale ed Etnografica” e nell’area di Vigna Cartoni a valle Giulia quelli della “Esposizione Internazionale di Belle Arti”; alle Terme di Diocleziano si svolge l’”Esposizione Archeologica” e a Castel S. Angelo l’”Esposizione Retrospettiva”, a piazza Venezia infine si inaugura il grandioso monumento a Vittorio Emanuele II e il Museo del Risorgimento. I collegamenti con le due vaste aree espositive a nord della città sono assicurati dalla S.R.T.O. con le linee in partenza da piazza Venezia. Per consentire l’afflusso dei visitatori a Valle Giulia e in Piazza d’Armi l’A.T.M. fa di più: oltre alle tre linee con cui è stato dato inizio al servizio della municipalizzata, si attivano tre nuovi percorsi speciali, diretti per le esposizioni. Alle linee I e II (circolare Piazza Colonna – Viale della Regina – Viale del Policlinico - Piazza dei Cinquecento – Piazza Colonna, e stesso percorso in senso inverso) e III (Piazza Colonna – S. Croce in Gerusalemme) si aggiungono le linee IV Piazza Colonna -Valle Giulia e V che collega piazza dei Cinquecento con l’area del futuro Quartiere della Vittoria; la linea VI inoltre pone in diretto collegamento le due esposizioni, attraverso l’attraversamento sul Tevere del nuovo ponte Flaminio (del Risorgimento) appositamente costruito, su cui sono stati posati i binari del tram. Le linee tramviarie della S.R.T.O. dal 1908 sono numerate – prima le vetture recavano solo le tabelle con l’indicazione delle località collegate - e poiché anche le linee dell’A.T.M. sono indicate con numeri, per non creare confusione sono contrassegnate con i numeri romani: da I a VI.

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doc. 15

ASC, Archivio Generale – Titolo 86 “Azienda delle Tramvie Municipali”, b. 1, fasc. 21

23 aprile, 18 giugno 1917. Informativa del direttore dell’A.T.M. ing. Giulio Mazzolani al sindaco Prospero Colonna sulle richieste di esonero dal servizio militare di personale indispensabile all’azienda. Istanza del sindaco al gen. Giulio Fiastri, direttore dei trasporti militari per ottenere l’esonero di 21 operai e tecnici


Le richieste di esonero per i capisquadra, gli operai specializzati, il personale tecnico e amministrativo “insostituibile” dell’Azienda dei Trasporti Municipali, come riferisce il direttore ing. Mazzolani in una delle numerose note in proposito inviate al sindaco, sono respinte con intransigenza dalla Commissione insediata presso il Sottosegretariato alle armi e munizioni del Ministero della guerra, anche in deroga alla normativa che prevede l’esonero degli addetti alle “aziende industriali”, erogatrici di servizi essenziali. La cessazione del servizio di trasporto pubblico che incombe sulla città, come dichiara il sindaco Colonna al direttore dei trasporti militari presso l’intendenza generale dell’esercito, gen. Fiastri, nell’inviargli una lista di 21 dipendenti “indispensabili e insostituibili” perorandone l’esonero militare, metterebbe in crisi anche il servizio di trasporto dei militari feriti. A questo provvede l’A.T.M. con molti mezzi adibiti ad autoambulanza, avendo allestito binari di raccordo che collegano gli ospedali con la stazione ferroviaria e i diversi nosocomi fra loro. Dopo la disfatta di Caporetto nell’ottobre del 1917, con il richiamo al fronte dei giovanissimi della classe del 1899 – dunque anche i giovanissimi avventizi dell’A.T.M. – il reclutamento del personale maschile diverrà ancora più difficoltoso.

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doc. 16

ASC, Emeroteca Romana: Per. 933[36]

Reportage fotografico sull’occupazione femminile nei servizi pubblici. Da: “L’Illustrazione Italiana”, 20 maggio 1917


Nel servizio fotografico del popolare settimanale illustrato è ben documentata l’ampiezza dell’impiego delle donne durante la grande guerra, in sostituzione degli uomini impegnati sul fronte. Sono riprese: “le tranviere bigliettarie e manovratrici” all’opera, “la manovra del trolley”, “la scuola conducenti tramviere”; “i conti della giornata” di una bigliettaia. Due fotografie sono dedicate anche al lavoro delle spazzine: “la pulizia in marcia” e “una spazzina romana”. L’azienda dei trasporti municipale con la delibera del 19 aprile 1915 - prima ancora dell’entrata in guerra dell’Italia - comincia ad organizzarsi per sostituire i richiamati alle armi oltre che con personale avventizio maschile (giovanissimi fattorini) con personale femminile. Le donne sono assunte nelle mansioni di fattorine, quindi addestrate anche a condurre i tram. Tutte le fattorine e le conducenti dell’A.T.M. saranno congedate fra il novembre 1919 (solo in questo mese infatti il governo emana il decreto relativo al licenziamento della manodopera femminile nel settore del trasporto pubblico) e il dicembre dell’anno successivo. Nella foto al centro, la vettura “riservata” adibita a scuola per le aspiranti conducenti che reca anteriormente il numero di matricola 161, fa parte della prima dotazione di 35 motrici dell’A.T.M., costruite dalla Società Carminati e Toselli di Milano – in seguito molte vetture saranno costruite anche nelle officine della romana “Tabanelli” sulla via Prenestina - che sono state appunto numerate con numeri dispari da 101 a 169. Le 12 rimorchiate che fanno parte della stessa prima dotazione di materiale rotabile sono state invece immatricolate con numeri pari da 102 a 124.

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doc. 17

ASC, Archivio Generale – titolo 86 “Azienda delle Tramvie Municipali”, b. 1, fasc. 8

13 gennaio 1917. Volantino del “Sindacato Tramvieri Italiani Sezione Municipale” nell’imminenza dello sciopero indetto per il 17 gennaio


I tramvieri ricordano che dopo l’entrata in servizio delle prime conducenti, presentarono un memoriale al presidente dell’Azienda dei Trasporti Municipale in cui sostenevano “le ragioni morali, fisiologiche, mediche, giuridiche e sociali … in appoggio alla domanda di chiusura della scuola delle donne conducenti”. La vertenza contro l’impiego delle donne nell’A.T.M., culminerà nello sciopero del 17 gennaio 1917, proclamato anche per chiedere l’aumento dei salari, erosi dal caro-viveri. In realtà se la direzione dell’azienda si mostrerà proclive ad accogliere le richieste degli scioperanti, che conducono la loro agitazione soprattutto per avere l’esonero dal richiamo alle armi - “Il Popolo” di Mussolini li attacca violentemente, definendoli “imboscati” - è il sindaco Prospero Colonna, convinto interventista, ad opporsi alle richieste dei tramvieri. Lo sciopero - su cui la Camera del Lavoro di via del Seminario rimasta fedele agli ideali pacifisti del socialismo riformista gioca la sua prima uscita pubblica, dopo la scissione dei sindacalisti interventisti che hanno dato vita ad una nuovo organismo in via della Croce Bianca - acquista una chiara valenza politica. La partecipazione sarà compatta: si asterranno dal lavoro 261 tramvieri. Ma la sconfitta del sindacato è totale: si stabilirà fra l’altro che rimanendo posti per giudatore vuoti dopo il richiamo dal fronte di 70 conducenti destinati a sostituire gli scioperanti licenziati, saranno interamente assegnati alle donne formate nella scuola conducenti A.T.M.

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doc. 18

ASC, Archivio Generale – Ufficio V – Ispettorato Edilizio, prot. 1644/1920

1916 – 1920 “Progetto per la costruzione dell’officina – deposito tram dell’A.T.M. nella Piazza d’Armi, variante 1920”. Planimetria, prospetto principale, rimesse e officine, veduta generale


La struttura prevista è coperta e con ossatura in cemento armato. Nel progetto presentato dall’A.T.M. nell’aprile 1916 è localizzata la sottostazione elettrica, che dovrà alleggerire il lavoro di quella già esistente in via Volturno, servendo la zona dei Lungotevere, di Valle Giulia e del Giardino Zoologico, del quartiere Trionfale-Prati e la futura linea per Monte Mario. Sul modello del deposito di S. Croce, il progetto prevede adeguate strutture per ciascuno dei servizi: movimento, deposito con rimessa ed officine, linea aerea, squadra binari, magazzino generale. I locali sono raggruppati e distribuiti in modo funzionale alla divisione del lavoro, circoscrivendo e separando gli ambienti di lavoro degli addetti a mansioni diverse, anche al fine di controllare meglio le maestranze dal punto di vista disciplinare. Lungo l’area perimetrale a sinistra dell’ingresso principale della rimessa delle vetture, in un fabbricato a due piani, sono dislocati gli uffici (dell’ingegnere capo, dei capo-movimento, capo-deposito e ispettori, l’archivio, l’ambulatorio, la scuola fattorini, ecc.). I diversi reparti del deposito propriamente detto (forgia, bobinaggio, officina meccanica, falegnameria, verniciatura) sono situati in testata del pettine dei binari della rimessa, nella più utile ubicazione per l’organizzazione del lavoro del personale addetto alla manutenzione delle vetture. Il magazzino, locale di 450 mq., che deve fornire materiali a tutti i vari servizi è collocato al centro. Dopo i rilievi della Commissione edilizia municipale, nuovi disegni sono presentati dall’azienda municipale che ottiene la licenza di costruzione il 30 dicembre 1916 (con deliberazione della Giunta comunale n.62) pur rimanendo in sospeso alcune questioni, fra cui la soluzione progettuale per il prospetto su piazza Bainsizza che dovrà avere maggiore decoro architettonico. La crisi bellica rallenta i lavori, che riprendono nel 1918: il 9 aprile 1920 l’A.T.M., essendo la costruzione vicina al completamento, presenta la variante approvata il 15 maggio dalla Commissione edilizia con un nuovo disegno per il prospetto sulla piazza, che prevede la costruzione di una cancellata in ferro, a chiusura dell’area assegnata al deposito. Un particolare del disegno delle rimesse e delle officine, ci presenta le vetture e ci permette di osservare i colori della verniciatura: le motrici e le rimorchiate dell’A.T.M. sono dipinte con i colori della tradizione capitolina: giallo e rosso. Lo saranno fino al 1925, quando su tutto il territorio nazionale il colore esterno dei mezzi pubblici viene fissato in due toni di verde: allora sarà mantenuta solo una sottile striscia bicolore giallo/rossa lungo la linea di separazione dei due toni di verde. L’altra rivoluzione del 1925 è il passaggio alla circolazione a destra: fino ad ora infatti, secondo l’uso ferroviario, le vetture viaggiavano tenendo la mansinistra.

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doc. 19

ASC, Biblioteca Romana: 19920

“ATAG. Rivista mensile del Dopolavoro tramviario”, anno III, marzo 1931: “Scuola di perfezionamento”


La seduta inaugurale della “Scuola di perfezionamento professionale” istituita dal Dopolavoro dell’ATAG nel 1931, è un’occasione in più per i vertici dell’azienda, con a capo il commissario ing. Renato Santamaria, per veicolare i principi d’ordine ideologico cui si ispira la conduzione aziendale nel periodio del Governatorato. “Professionalizzazione” e “disciplina” sono gli indicatori dell’efficienza di un servizio pubblico che durante il ventennio fascista è sottratto al controllo e all’indirizzo degli organismi elettivi della democrazia locale e sottoposto esclusivamente alla direzione autoritaria dello Stato. Già all’appuntamento dell’Anno Santo 1925 l’azienda si è presentata con un nuovo volto: “modernizzata” e “fascistizzata”. Dopo la liquidazione della vecchia guardia dei tramvieri antifascisti saranno mandate in pensione anche le antiche vettura della S.R.T.O. e dell’A.T.M. che possono trasportare 18 passeggeri a sedere e 20-22 in piedi (per un totale di 38 – 40 passeggeri): fra il 1923 e il 1928 sono acquistati i nuovi modelli, a carrelli e a piattaforma centrale, di maggiore capienza. Mentre in azienda si aprono percorsi preferenziali nelle carriere e nel trattamento retributivo per gli squadristi, si pianificano i servizi dell’A.T.A.G. a supporto all’azione dello “stato sociale”: i servizi speciali per il trasporto degli allievi delle scuole elementari alle scuole all’aperto, all’Augusteo, alla scuola di nuoto e alle colonie estive diurne di Monte Mario e della Passeggiata Archeologica; e per il collegamento, durante la stagione balneare, di tutte le zone della città con il capolinea della ferrovia Roma – Ostia Lido, inaugurata da Mussolini nel 1924.

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doc. 20

ASC, Biblioteca Romana: 16104 [6]

Direzione dell’A.T.A.G. in via Volturno. Illustrazione da: S.P.Q.R. Azienda delle Tramvie e Autobus del Governatorato di Roma (A.T.A.G.). Notizie, Roma, 1939


L’amministrazione dell’A.T.M. inizialmente dislocata presso l’”Ufficio Tecnologico” dell’amministrazione Nathan, nel palazzo Balestra a piazza S. Apostoli, nel 1912 è trasferita nella sede, che è ancor oggi dell’A.T.A.C,. in via Volturno. Divenuti insufficienti i locali della palazzina sistemata una prima volta nel 1915, nel maggio 1928 è inaugurata la nuova ampliata sede dell’Azienda dei trasporti del governatorato, realizzata con l’occupazione dell’area comunale esistente fra le vie Volturno e Gaeta e la piazza dei Cinquecento. Il progetto realizzato consente la messa in luce dei ruderi delle mura Serviane racchiuse nell’area stessa, con l’abbattimento di una serie di piccole costruzioni che si sono venute addossando alle antiche mura. La sistemazione a giardini dello spazio risultante, in prolungamento di quelli che circondano i resti delle Terme di Diocleziano dà nuovo decoro all’area della stazione, primo scorcio urbanistico-archeologico dell’Urbe fascista a dischiudersi, con piacevole impressione, davanti al viaggiatore in arrivo a Termini.

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doc. 21

ASC, Biblioteca Romana: 18232 [5]

“Guida dei trams e autobus di Roma. Pianta delle linee tramviarie e di autobus. Fac-simile dei biglietti, 1930”


Con la riforma del traffico in vigore dal 1 gennaio 1930 è ridotta di circa 130 km la lunghezza di esercizio della rete tramviaria, con la demolizione del più antico materiale rotabile, specie quello proveniente dalla S.R.T.O. e dalla società delle “Tramvie e Ferrovie Economiche”, completamente assorbite dall’A.T.A.G. fra il 1927 e il 1929. La zona centrale servita solo da autobus è delimitata dal percorso della linea “circolare centrale” tramviaria (CD centrale destra e CS centrale sinistra) il cui tracciato è qui tratteggiato con la linea rossa (piazzale Flaminio – viale del Muro Torto – piazza Fiume – Porta Pia – piazza della Croce Rossa – piazza Indipendenza – piazza dei Cinquecento – via Cavour – via degli Annibaldi – Colosseo – via S. Gregorio – via dei Cerchi – Bocca della Verità – lungotevere – Ponte Umberto I – via Ulpiano – piazza Cavour – via F. Cesi – Ponte Margherita – Piazzale Flaminio). Lungo il tragitto della circolare sono situati nove snodi autotramviari, denominati ciascuno con l’iniziale del rione o quartiere dove sono localizzati: F (Flaminio), S (Salario), N (Nomentano), ecc. La rete degli autobus è composta da 28 linee: 8 centrali, denominate dalle due lettere dei nodi ove sono i capolinea (es.: FE per l’autobus dal Flaminio all’Esquilino), una linea radiale piazza Fiume – piazza Trasimeno, 3 di penetrazione nel centro, 12 periferiche, 2 speciali, 2 notturne. La rete dei tram è invece composta di 32 linee: la circolare interna, 26 linee radiali che vanno dai quartieri al nodo più vicino, 3 linee che formano tratti di un anello circolare esterno e 2 periferiche. A ispirare la riforma sono anche ragioni di “ordine pubblico”: è introdotta una maggiorazione delle tariffe sulle linee del centro e con l’alto prezzo del biglietto si intende limitare il transito nell’area monumentale della città storica, soprattutto interdirlo a quegli strati meno abbienti della popolazione, destinati ad essere espulsi dalle aree di rappresentanza della capitale, trasferiti nelle lontane borgate costruite nell’estrema periferia. Nella vita quotidiana dei romani la riforma significherà soprattutto spostamenti più difficili, con un maggior numero di trasbordi. Anche il nuovo sistema tariffario non funziona, recando un dissesto all’azienda che sarà costretta a un generale riordino delle tariffe, nel 1931.

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doc. 22

ASC, Biblioteca Romana: 15327[1]

“Capitolium”, anno XI, aprile 1935. “Come funziona l’autobus a legna”


La carenza di materie prime, in particolare la scarsa disponibilità dei derivati del petrolio, nafta e benzina, portano il regime a sperimentare altre strade per il propellente, strade “autarchiche”. Così l’A.T.A.G. intraprende la produzione di una miscela propria, il carburante “Roma” adottato largamente al posto della benzina nelle vetture con motore a scoppio. Nel 1934 l’azienda applica un gassogeno a legna tipo “Imbert” – il cui funzionamento ci viene illustrato su “Capitolium”, la rivista ufficiale del Governatorato di Roma, dal direttore dell’A.T.A.G. Vittorio Immirzi - ad una vettura in servizio di linea. Quindi sono trasformate con gassogeni numerose vetture a benzina, altre ne sono acquistate già modificate. L’autobus a gassogeno, o come lo chiamano familiarmente i romani “a carbonella” con 135 chili di legna riesce a percorrere circa 100 chilometri ed è costruito dalla Fiat e dall’Alfa Romeo. Nel 1939, alla vigilia della guerra, del parco automezzi faranno parte 110 vetture alimentate con gassogeno a legna, con una percorrenza giornaliera di 12400 Km.

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doc. 23

ASC, Biblioteca Romana: 15110 [2]

“Azienda delle tranvie e autobus del Governatorato. Pianta della rete centrale autobus di Roma al 1° febbraio 1935 – XIII”


Il 21 aprile 1931 è attivata un’altra linea circolare di tram (la ED esterna destra e ES esterna sinistra) che, con le sue tabelle scritte in rosso si guadagna il nome di “circolare rossa”. A parte il rilievo assunto dalla nuova linea tramviaria, che supererà nelle utenze la “circolare nera”, affermandosi nel trentennio successivo come la principale linea di forza del trasporto romano, negli anni successivi continua l’avanzata dell’autobus, anche nei collegamenti del suburbio. Gli autobus in dotazione all’A.T.A.G. sono acquistati dalla FIAT, dalla Lancia e dall’Alfa Romeo e sono assegnati a tre depositi diversi ciascuno dotato di scorte omogenee di ricambi e personale specializzato per la manutenzione: le vetture Alfa Romeo sono assegnate al nuovo deposito di Portonaccio, le FIAT a Trastevere e le Lancia a via Carlo Felice, in quello che era già il vecchio deposito tramviario dell’A.T.M. Il parco degli autobus a nafta che nel 1933 è di 36 vetture, nel 1939 è aumentato a 211.

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doc. 24

ASC, Biblioteca Romana: 15327[3]

“Capitolium”, anno XII, febbraio 1937. “Le filovie a Roma”


Con la guerra d’Etiopia e le sanzioni decretate dalla Società delle Nazioni contro l’Italia, la carenza di combustibile si aggrava, sicché l’ATAG introduce i filobus, in modo che la trazione elettrica torna ad avere il ruolo predominante che ha avuto fino al 1929. Nel 1939 la rete filotramviaria si sviluppa su 77 Km. di linea aerea, prevedendosi una percorrenza di 8.400.000 km., cioè il 13% dell’intera percorrenza dell’esercizio (alcune linee filotramviarie vanno a sostituire linee automobilistiche e tramviarie già in essere). Per l’Esposizione Universale del 1942 si prevede di dare alla rete dei trasporti un assetto per cui le linee del centro saranno servite dagli autobus (per 58 km.), quelle più eccentriche dai filobus (per 315 km.), limitandosi le linee tramviarie ad una sola grande linea circolare e a due delle 5 linee nuove di lunga percorrenza, previste per collegare la zona dell’Esposizione.

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doc. 25

ASC, Biblioteca Romana: 19920

“ATAG. Rivista mensile del Dopolavoro Tramviario”, a. III, gennaio 1931: “Befana fascista dell’ATAG”


La manifestazione per la distribuzione di doni ai figli dei dipendenti dell’ATAG si svolge il 5 gennaio nel Deposito Flaminio, alla presenza dei vertici aziendali. Si distribuiscono oltre tremila pacchi “confezionati secondo il numero dei figli di ogni agente”, contenenti “vestiti, pull-over, paletot, giocattoli e dolci”: una manifestazione di rito, che ci riporta al clima ideologico degli “anni del consenso” al fascismo. La “befana fascista” è occasione di compiaciuta esibizione dei benefici dello “stato sociale” ed ideale spazio di propaganda per la campagna per la “nuzialità” e la “natalità”, promosse dal regime con sostegni e provvidenze in favore delle “famiglie numerose”. La manifestazione è organizzata dal Dopolavoro dell’A.T.A.G.. Creato nel 1925 ed inquadrato nell’Opera Nazionale Dopolavoro quello dei tramvieri è uno dei più attivi nella capitale fascista, con i suoi 5.000 iscritti nel 1932, e le strutture consistenti di cui dispone. La sede principale - la “casa fascista del tramviere” inaugurata nel 1925 in via S. Grattoni a Porta Maggiore - e le quattro secondarie poi attivate nei depositi Flaminio e Vittoria, al campo sportivo solarium sul lungotevere Flaminio e alla Cooperativa case in via Circonvallazione Appia sono dotate di locali per le riunioni, di aule per i corsi scolastici, di palestre, refettori. Qui una straordinaria macchina di comunicazione collettiva “educa” e promuove un universo sociale integrato e sereno, quello dei volti svagati e sorridenti che si affollano nelle foto di gruppo dei lavoratori e delle loro famiglie alle tante gite d’istruzione, gare sportive, feste… immortalate nelle cronache ricche di immagini ed illustrazioni della rivista dopolavoristica, ad alta tiratura, dei tramvieri.

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doc. 26

ASC, Biblioteca Romana: 16104 [6]

Rete auto-filo-tramviaria nel 1938. Nuove Officine Centrali: reparto autobus, refettorio operai. Da: S.P.Q.R. Azienda delle Tramvie e Autobus del Governatorato di Roma (A.T.A.G.). Notizie, Roma, 1939


Molto ampliato è alla vigilia della seconda guerra mondiale il numero delle rimesse e dei depositi dell’A.T.A.G.. Nel triennio 1927 – 1929 entrano in funzione le autorimesse Portuense e Flaminia, e il deposito Littorio vicino S.Paolo, entro il 1936 sono attivate le autorimesse Sabotino, Tuscolana, Flaminia B, Trastevere, Tiburtina e Lido. Qui sono documentate, le officine centrali sulla via Prenestina prima dei danneggiamenti dovuti ai bombardamenti del 1943, con i particolari costruttivi delle coperture dei vastissimi locali, che comprendevano anche un ampio refettorio, sale di ritrovo e l’infermeria per gli operai.

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doc. 27

ASC, Emeroteca Romana: Quot. 173[34]

“Il Popolo di Roma”, 12 maggio 1942: “La consegna delle tessere ai lavoratori dell’ATAG. Fervide manifestazioni al Duce. La parola del Federale alle maestranze”


L’Italia dal giugno del 1940 è in guerra a fianco della Germania nazista. Mentre si avvicinano i rovesci militari del 1943, la guerra ha portato solo lutti e sacrifici, a Roma la popolazione già fa i conti con la scarsità dei generi di prima necessità e il clima non è più quello di esaltazione e di incondizionata adesione al fascismo con cui si sono chiusi gli anni Trenta. La consegna delle tessere del Partito Nazionale Fascista presso le officine centrali sulla via Prenestina alla presenza del governatore, principe Gian Giacomo Borghese, e dei vertici aziendali è dunque occasione per rivolgere alle maestranze un discorso inneggiante alla vittoria che, con la terminologia della propaganda fascista, il segretario federale definisce vittoria del lavoro, contro le “forze demo-pluto-massoniche ed ebraiche”. Come nel precedente conflitto si impiega personale femminile sulle vetture in sostituzione degli uomini richiamati alle armi. Le donne svolgono la mansione di bigliettaie, come ci illustra la foto della fattorina in divisa che si affianca all’articolo, con la didascalia: “Sui filobus e sugli autobus hanno preso servizio, dopo un periodo di accurata preparazione, le prime fattorine, in semplice e sobria divisa, Il pubblico ha notato con cordiale simpatia l’inizio dell’attività di queste giovani lavoratrici che hanno preso il posto dei loro congiunti richiamati alle armi”. La divisa, studiata dall’A.T.A.G. con caratteri di eleganza, è di colore blu con giacca stile sahriana e cappello, entrambi con simbolo dell’azienda, gonna pantaloni, borsa a tracolla e cappotto invernale.

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doc. 28

ASC, Segretariato Generale, Titolo II classe 8/4 prot. 3665/ 1942

Deliberazione del Commissario dell’A.T.A.G. n. 183 del 10 marzo 1942 “Premio di presenza alle allieve fattorine per la durata del corso d’istruzione”


Il commissario dell’A.T.A.G. ing. Luigi Giapponi, trasmette al governatore, principe Gian Giacomo Borghese, la delibera con la quale è stabilita una remunerazione di 10 lire a giornata di presenza per le donne ammesse al corso per fattorine. Poiché “Con gli attuali continui richiami alle armi si è verificata una notevole deficienza di personale nelle varie categorie e particolarmente in quella dei fattorini che per la massima parte è composta di elementi giovani e quindi più facilmente soggetti ai richiami” l’azienda intende premunirsi, assicurandosi la disponibilità del personale occorrente, qualora ve ne sia la necessita. E’ il “Centro Federale di Mobilitazione Civile” a selezionare le candidate in possesso dei “necessari requisiti fisici e morali”. Frequentato il corso e ottenuta l’abilitazione alla mansione, le fattorine saranno chiamate in servizio se la necessità lo imporrà: il corso cui fa riferimento la deliberazione dall’A.T.A.G., articolato in trenta lezioni, consentirà ad un primo gruppo di fattorine di entrare in servizio il 14 maggio 1942.

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doc. 29

ASC. Emeroteca Romana: Per. 699[18]

La Tribuna Illustrata”, 31 ottobre 1943: “Aspiranti fattorine tranviarie a scuola”


L’articolo - uno dei pochi che appare sulla stampa “velinata” dell’epoca - illustra il modo in cui sono condotti i corsi per fattorine dellA.T.A.G., con il corredo di foto che mostrano le allieve durante le lezioni: alla lettura del biglietto, di fronte la grande pianta che illustra la rete dei trasporti cittadini con il tracciato delle linee “diametrali” e “radiali”, in una esercitazione pratica sugli scambi dei binari. Nelle assunzioni, superato l’esame di idoneità, hanno la priorità le congiunte dei dipendenti richiamati alle armi, che sono sottoposte agli stessi turni di lavoro e percepiscono eguale retribuzione. “Dovunque le bigliettarie – commenta il cronista - hanno dato ottimi risultati. Nei primi giorni in cui prestano servizio gl’incassi sulla loro vettura subiscono quasi invariabilmente una lieve diminuzione, perché esse al primo contatto con il pubblico si sentono alquanto intimidite e confuse e qualcuno più o meno involontariamente finisce per fare il viaggio senza pagare il biglietto. Ma presto esse acquistano… l’occhio clinico e la risolutezza che è necessaria per riconoscere l’eventuale passeggero che ritarda l’acquisto del biglietto e affrontarlo, sia pure con tutta cortesia”. Ciò nonostante, tutte le fattorine impiegate a partire dalla primavera del 1942 dall’azienda dei trasporti del Governatorato - in servizio effettivo al 31 dicembre 1943 ve ne sono 523 – saranno repentinamente licenziate nel gennaio 1944.

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doc. 30

ASC, Segretariato Generale, Titolo. II, classe 8, fasc. “Varie”, prot. 9268/1943

20 agosto 1943. Rapporto del Direttore dell’A.T.A.G. Vittorio Immirzi sul “Trasporto sinistrati dall’incursione nemica del 19 luglio 1943”


Il 10 luglio 1943 gli Americani sono sbarcati in Sicilia: nove giorni dopo il primo massiccio bombardamento su Roma, cui il 25 luglio, con la destituzione di Mussolini da capo del governo, fa seguito la drammatica caduta del regime. Gli obiettivi dei 662 bombardieri statunitensi che si levano in volo su Roma la mattina del 19 luglio sono gli scali ferroviari Littorio e S. Lorenzo e gli aeroporti Littorio e Ciampino. I bombardamenti devasteranno anche il popoloso quartiere di S. Lorenzo, ove maggiore è il numero dei morti, e colpiranno pure altre zone, come quelle delle stazioni Termini, Prenestina e Tiburtina, della Città Giardino e della Città Universitaria, Porta Maggiore, piazza Santa Croce, via Appia: le vittime fra la popolazione civile saranno circa un migliaio. Al capo di gabinetto del Governatorato, nello stesso giorno in cui è destituito il governatore Borghese, il direttore dell’A.T.A.G. invia la nota delle spese sostenute dall’azienda per i servizi riservati di soccorso svolti fra il 19 e il 28 luglio, molti su richiesta dei gruppi rionali e della federazione fascista dell’Urbe, enti ora disciolti: “Furono percorsi Km. 2.275, che a puro rimborso spese importano un onere di £. 20.020. Ora poiché alcuni degli Enti richiedenti sono disciolti, e d’altra parte per effettuare tali servizi quest’Azienda è stata costretta a sopprimere per qualche giorno l’esercizio di alcune linee autobus, si domanda a codesto Governatorato il rimborso della spesa suddetta”. La risposta del commissario straordinario insediato in Campidoglio il 21 agosto, senatore Riccardo Motta, prevede l’assunzione dell’onere a carico dell’ATAG, salvo poi interessare l’Intendenza di Finanza “Per quanto riguarda l’eventuale recupero della parte di spesa a carico del disciolto Partito Fascista e dipendenti organizzazioni”.

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doc. 31

ASC, Segretariato Generale, Titolo II, classe 8, fasc. “Varie”, prot. 1001/ 1943

4 ottobre 1943. “Promemoria per l’eccellenza il commissario straordinario per il Governatorato di Roma” Riccardo Motta, sulla requisizione effettuata dal Comando tedesco di autoveicoli dell’A.T.A..G., 4 ottobre 1943


Occupata fra il 9 e il 10 settembre Roma, i tedeschi cominciano subito a requisire i mezzi dell’A.T.A.G.. I danni si sommano a quelli già provocati dai bombardamenti alleati del luglio e dell’agosto: sono stati colpiti gli impianti sulle strade, bombardati il deposito a Porta Maggiore e le officine centrali sulla via Prenenstina, distrutte o danneggiate centinaia di vetture. Ai primi di ottobre i tedeschi si sono già impossessati di 41 autobus, 3 autocarri e 1 camioncino. Il trasporto pubblico nella capitale è già a terra, soprattutto quello delle linee periferiche quando il 4 ottobre l’azienda chiede al Commissario straordinario per il Governatorato Motta “di interporre i suoi buoni uffici presso l’Ambasciata Germanica” per scongiurare la consegna di altri 15 automezzi di cui i tedeschi chiedono la consegna: i danni di guerra ai mezzi e agli impianti dell’azienda dei trasporti nel 1948 saranno calcolati in quattordici miliardi.

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doc. 32

ASC, Biblioteca Romana: 15327[18]

“Capitolium”, anno XXX, febbraio 1955. “Sulla metropolitana di Roma”


All’epoca dell’inaugurazione della prima linea metropolitana di Roma, il 9 febbraio 1955, solo le fermate da via Cavour alla Piramide sono in zona abitata. Con l’architettura monumentale delle sue stazioni, l’arredo marmoreo e l’ampiezza della galleria, il primo tronco dell’attuale linea B sconta le finalità eminentemente celebrative e “di parata” secondo cui ne è stato ideato il tracciato nel 1937, per congiungere la stazione Termini con l’area della progettata “Esposizione Universale” alle Tre Fontane. Negli anni Cinquanta risalta dunque il contrasto fra la grandiosità dell’opera e la scarsità dell’utilizzo: fino alla fine del decennio l’affluenza è piuttosto limitata, non superando i 36.000 passeggeri al giorno. L’E.U.R. è ancora in costruzione e l’ultima fermata, la Laurentina, dista notevolmente dalle più vicine aree abitate (la Cecchignola e il Villaggio Giuliano). La linea metropolitana, con il trasbordo sulla ferrovia per il Lido alla stazione della Piramide e l’innesto delle due linee in una sola alla stazione della Magliana, in realtà sarà soprattutto, come preconizza l’autore di questo articolo pubblicato su “Capitolium” - che continua ad essere la rivista ufficiale del Comune di Roma – il volano per lo sviluppo verso sud – ovest, “verso il mare”, della città. Il nuovo piano regolatore, che ratificherà questo orientamento, sarà varato agli inizi degli anni Sessanta.

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doc. 33

ASC, Biblioteca Romana:15327[32]

“Capitolium”, anno XLVII, febbraio-marzo 1972. “Metropolitana difficile”


Nel percorso di 15 chilometri della linea metropolitana attivata il 16 febbraio 1980 da Ottaviano a Cinecittà, tre sono gli snodi che qualificano la progettazione: i due complessi sotterranei di piazza dei Cinquecento e di piazza di Spagna e l’attraversamento sul fiume fra i lungotevere Arnaldo da Brescia e Michelangelo. Solo dal 1969 la gestione dei lavori è “decentrata” dal Ministero dei Trasporti all’amministrazione locale: solo ora infatti è abrogata la normativa del “Governatorato” fascista che, esautorando il municipio, attribuisce la competenza della costruzione della grande opera allo Stato. A caratterizzare il lungo iter costruttivo della metro A – circa un ventennio - sono però soprattutto le controversie legate alla scelta del percorso e alla tecnica di scavo. Dopo l’inizio dei lavori, il 12 marzo 1964 partendo dall’Osteria del Curato lungo la via Tuscolana, con la tradizionale tecnica dello “scavo a cielo aperto”, i disagi alla viabilità e le accese proteste dei residenti e dei commercianti provocano la chiusura dei cantieri per tre anni e mezzo. I lavori riprendono nel gennaio del 1969, quando la società appaltatrice è finalmente in grado di approntare i mezzi tecnici, gli “scudi rotanti” per lo scavo in galleria, a maggiore profondità. Dunque nel tratto (da largo dei Colli Albani al Flaminio) ove lo scavo si realizza con la “talpa”, alla galleria a doppio binario si sostituiscono due gallerie affiancate “a semplice binario”, così come illustrato nel disegno tecnico che correda questo articolo apparso su “Capitolium” tre anni dopo la ripresa dei lavori.

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APPROFONDIMENTI
Le fonti per la ricerca

 

1.1 Bibliografia e stampa periodica della Biblioteca Romana
e dell'Emeroteca Romana dell'Archivio Capitolino

 

1.
Regolamento edilizio e di pubblico ornato per la città di Roma [30 aprile 1864]. ASC, Biblioteca Romana: 11590[16 bis].

2.
Regolamento per le vetture pubbliche e per le vetture – omnibus nella città di Roma deliberato dal Consiglio Comunale e  approvato dalla Deputazione Provinciale e dal Ministro dell’Interno, Roma, Tip. Sinimberghi, 1878. ASC, Biblioteca Romana: 30072[4].

3.
“Il Messaggero”, 6 luglio 1890. “Il tram elettrico dal Popolo a Ponte Milvio”. ASC, Emeroteca Romana: Quot. 118[8].

4.
Memorandum dei tramvieri urbani agli Onorevoli Consiglieri Comunali di Roma, Roma, Tip. Editrice Roma, [1907]. ASC, Biblioteca Romana: 11642[2].

5.
“Il Messaggero”, 22 marzo 1911. “L’inaugurazione delle tramvie municipali”. ASC, Emeroteca Romana: Quot. 118[48].

6.
“Il Messaggero”, 17 marzo 1912. “Il nuovo quartiere dei tramvieri”. ASC, Emeroteca Romana: 118[50].

7.

“Il Messaggero”, 17 gennaio 1918. “La tramvia al Gianicolo”. ASC, Emeroteca Romana: Quot. 118[62].

8.
Inchiesta tramviaria [relazione presentata il 27 settembre 1920 dalla commissione incaricata dal sindaco Apolloni di chiarire lo svolgimento dei fatti del 20 – 21 luglio 1920, per accertare le responsabilità in ordine ai danneggiamenti delle vetture], Roma, Tip. F. Centenari, 1921. ASC, Biblioteca Romana: 19118[41]

9.
La Tribuna”, 2 luglio 1920: “Gli autobus al Corso”. ASC, Emeroteca Romana: 127[67].

10.
L’amministrazione straordinaria del Comune di Roma nel biennio 1923 – 24. Relazione del R. Commissario Senatore Filippo Cremonesi, Roma, Centenari, 1924. ASC, Biblioteca Romana: 7788

11.
P. ORLANDO, Alla conquista del mare di Roma, Roma, Tip. C. Colombo, 1941. ASC, Biblioteca Romana: 17739.

12.
B. PALMA, Dall’EUR a Valmelaina. Una Metropolitana per Roma, in: “Capitolium”, a. XLVII, maggio-giugno 1972. ASC, Biblioteca Romana: 15327[32]

 

1.2 I fondi documentari dell'Archivio Capitolino

 

I.
30 luglio 1857. “Direzione Generale di Polizia. Regolamento sulle vetture ed altri mezzi di trasporto”. ASC, Comune Pontificio, Manifesti avvisi notificazioni, b. 32, fasc. 14.

II.
13 ottobre 1870. Richiesta per la “concessione privileggiata” di “un ben combinato sistema di pubblici rotabili (omnibus)” avanzata al Municipio di Roma dalla “Società anonima Romana degli Omnibus”, rappresentata da G. Negri V. Queirazza V. Natili T. Negri (con statuto della società). ASC, Comune Pontificio, Titolo 68 “Vetture pubbliche e private”, b. 1, fasc. 3. (prot. 2725/1870).

III.
10 luglio 1876. “Contratto stipulato col sig. Francesco Marini concessionario dell’Impresa Romana degli Omnibus, circa il servizio dei medesimi”. ASC, Contratti, vol. 41 (Atti Privati).

IV.
31 marzo 1880. “Concessione per la costruzione e per l’esercizio di un Tramway dalle piazze dei Santi Apostoli o dal Largo di San Romualdo alla via Volturno e dal Piazzale di Termini alla Piazza di San Giovanni”. ASC, Contratti, vol. 66 (Atti Pubblici).

V.
29 dicembre 1880. “Concessione per la costruzione ed esercizio di Tramway fra la piazza Montanara e il piazzale della Basilica di San Giovanni… a Marotti ing. Gio. Battista”. ASC, Contratti, vol. 67 (Atti Pubblici).

VI.
20 agosto 1885. “Convenzione per l’esercizio degli Omnibus nell’interno della città tra il Comune di Roma e la Società Romana degli Omnibus” di Francesco Marini, rappresentato dal figlio Marino. ASC, Contratti, vol. 99 (Atti Pubblici).

VII.
14 settembre 1888. “Convenzioni fra il Comune di Roma e la Società Romana Tramways-Omnibus”. ASC, Contratti, vol. 115 (Atti Pubblici).

VIII.
6 febbraio 1889. “Convenzione fra il Comune di Roma e la Società Anonima Italiana Omnibus Tramways e Trasporti”. ASC, Contratti, vol. 119 (Atti Pubblici).

IX.
17 maggio 1895. “Contratto colla Società Romana Tramways-Omnibus per la concessione di una linea di tramways a trazione elettrica da via della Mercede a piazza di Termini in surrogazione di altre linee di omnibus”. ASC, Contratti, vol. 158 (Atti Pubblici).

X.
13 maggio 1908. Verbale del Consiglio Comunale, proposta n. 106: “Costruzione ed esercizio di nuove linee tramviarie da parte del Comune”. ASC, Atti a stampa CC, vol. 88.

XI.
22 maggio 1908. Verbale del Consiglio comunale, proposta n. 135: “Impianto comunale di generazione e distribuzione di energia elettrica”. ASC, Atti a stampa CC, vol. 88.

XII.
14 e 18 marzo 1910. Verbali del Consiglio Comunale. Interrogazioni sullo sciopero tramviario in corso. ASC, Atti a stampa CC., vol. 94.

XIII.
29 ottobre e 5 novembre 1915. Verbali del Consiglio Comunale, proposta n. 247: “Provvedimenti generali per l’Azienda delle Tramvie Municipali di Roma”. ASC, Atti a stampa CC, vol. 112.

XIV.
19 gennaio 1917. Verbale del Consiglio Comunale. Interrogazioni sullo sciopero dei dipendenti dell’A.T.M. del 17 gennaio. ASC, Verbali CC, vol. 262.

XV.
11 aprile 1917. Il direttore dell’A.T.M. ing. Giulio Mazzolani al sindaco Prospero Colonna sul richiamo alle armi di personale indispensabile al servizio. ASC, Archivio Generale (1871 – 1922) – Titolo 86 “Azienda delle Tramvie Municipali”, b. 1, fasc. 15.

XVI.
17 23 25 gennaio 1919. Verbali del Consiglio Comunale, proposta n. 351: “Richiesta alla Società Romana Tramways Omnibus di una proroga per un triennio delle concessioni tramviarie che hanno le loro scadenze nel 1920”. ASC, Atti a stampa CC, vol. 121.

XVII.
Febbraio – settembre 1919. Carteggio del sindaco Prospero Colonna con il prefetto Fausto Aphel e la S.R.T.O. sul riscatto da parte del Comune del materiale rotabile e delle linee tramviarie esercitate dalla società. ASC, Archivio Generale (1871 – 1922) – Titolo 86 “Azienda delle Tramvie Municipali”, b. 1, fasc. 40.

XVIII.
21 luglio 1919. Verbale del Consiglio Comunale, proposta n. 436: “Servizio automobilistico urbano piazza del Popolo – piazza Aracoeli”. ASC, Atti a stampa CC, vol. 122.

XIX.
21 luglio 1920. Verbale del Consiglio Comunale, proposta n. 596: “Tramvia sotterranea Piazza Venezia-Porta S. Paolo”. ASC, Atti a stampa CC, vol. 125.

 

 

2 La storiografia


G. ANGELERI U. MARIOTTI BIANCHI, I cento anni della vecchia Termini, Roma, 197

G. ANGELERI A. CURCI U. MARIOTTI BIANCHI, Binari sulle strade intorno a Roma, Roma, 1982

G. ASCARELLI, Ferrovie e tramvie nello sviluppo dei trasporti urbani ed interurbani, in: Roma Capitale 1870 – 1911. Architettura e urbanistica. Uso e trasformazione della città, Venezia, 1984

Azienda tranvie ed autobus del Comune di Roma. Cenni di storia aziendale, Roma, 1990

G. BERLINGUER P. DELLA SETA, Borgate di Roma, Roma, 1976

E. BIZZARRI, Carrozze e tranvai. I trasporti pubblici romani attraverso le associazioni di categoria, in: Il Lazio. Istituzioni e società nell’età contemporanea (vol. I), Roma, 1993

E. BIZZARRI P. LUZZATTO A. ZANUTTI, Tempo libero e regime. Il dopolavoro a Roma negli anni ’30, Roma, 1997

A. CARACCIOLO, Roma Capitale, Roma, 1956

A. CRISPO, I servizi pubblici di trasporto in concessione, IRCE, 1943

D. DA EMPOLI, Giovanni Montemartini (1867 – 1913) in: I protagonisti dell’intervento pubblico, Milano, 1984

ID., Le municipalizzazioni a Roma dall’inizio del Novecento al primo dopoguerra, in: Il Lazio. Istituzioni e società nell’età contemporanea (vol. II), Roma, 1993

V. DE GRAZIA, Consenso e cultura di massa nell’Italia fascista. L’organizzazione del Dopolavoro, Roma-Bari, 1981

M. DE NICOLO’, I problemi della città, le scelte capitoline, in: Roma del Duemila (a cura di L. De Rosa), Roma, 2000

V. FORMIGARI, Il filobus a Roma. Storia dalle origini e ricordi dell’autore, Cortona, 1980

V. FORMIGARI P. MUSCOLINO, Il tram a Roma. Notizie dalle origini e ricordi degli autori, Cortona, 1979

IDD., Le tramvie del Lazio. Notizie dalle origini e ricordi degli autori, Cortona, 1982

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N. GALLERANO (a cura di), L’altro dopoguerra. Roma e il Sud 1943 – 1945, Milano, 1985

Movimento operaio e organizzazione sindacale a Roma (1860 – 1960). Documenti per la storia della Camera del lavoro (voll. 2) Roma, 1976

INSOLERA, Roma moderna. Un secolo di storia urbanistica.1870 – 1970, Torino, 1993

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P. MUSCOLINO E. TIMARCO, I trasporti pubblici di Roma. Notizie ed immagini: dal 1845 ai nostri giorni, Roma, 1987

F. OGLIATI F. SAPI, Partiamo insieme. Storia dei trasporti italiani, Milano, 1974

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M. SANFILIPPO, La costruzione di una capitale. Roma 1870 – 1911, Milano, 1992

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G. TALAMO G. BONETTA, Roma nel Novecento da Giolitti alla Repubblica, Bologna, 1987

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